“No gavevo premura…”
il basket di Paolo Vittori

“No gavevo premura…”, come rispose all’allenatore Vittorio Tracuzzi che lo incitava a correre quando evoluiva sul parquet e così ora ad andare in libreria. A Varese, ormai sua città d’adozione, è stato dato alle stampe con titolo rigorosamente in dialetto isontino il libro sottotitolato “La pallacanestro di Paolo Vittori”. Slittata la presentazione come strenna natalizia, tanti erano i ricordi e gli aneddoti che hanno portato a molteplici aggiornamenti, è rinviata ora anche la presentazione post epifanica fissata per il 7 gennaio a causa della recrudescenza del Covid con l’ondata della variante Omicron. L’opera non è solo un viaggio a ritroso nell’italica pallalcesto fine anni Cinquanta e inizio Settanta, ma anche – come recita la controcopertina – “Paolo Vittori, storia di un goriziano”. Con tanto di castello di Gorizia a fare da contraltare, in entrambi i casi su sfondo azzurro, alle foto in bianconero di lui cestista in azione con le maglie più importanti della sua carriera: quelle del Simmenthal Milano e dell’Ignis Varese.

Per Vittori, classe 1938, cecchino infallibile parla il suo curriculum. Partendo fra le Elette nel 1958-1959 alla Moto Morini Sc Mazzini Bologna, ha vinto tre Coppe Intercontinentali tutte con la Pallacanestro Varese nel 1966, 1970 e 1973; due Coppe dei Campioni sempre con l’Ignis nel 1969-1970 e nel 1971-1972, prima ancora con gli stessi colori una Coppa delle Coppe nel 1966-1967. In carriera si è cucito anche sei scudetti tricolori. Quattro li ha vinti con l’Olimpia Milano dal 1959 al 1965; in quest’ultima stagione ha fatto l’abbinata con il titolo di capocannoniere segnando 562 punti in 22 partite. Nel 1960-1961 si è consolato vincendo solo l’alloro di bomber con 509 punti e soltanto nel 1963-1964 ha mancato entrambi i traguardi. Passato a Varese nel 1965-1966, quando si comincia a parlare di serie A, con l’Ignis ha vinto gli altri suoi due scudetti nel 1970 e 1971 facendo doppietta per due stagioni con la Coppa Italia, di ritorno da due annate all’Ignis Sud di Napoli. Nel 1972 è sceso in B all’Amg Sebastiani Rieti ottenendo sul parquet un pronto ritorno in A e qui nel 1975-1976 ha avviato una breve esperienza da allenatore. In Nazionale ha giocato dal 1960 al 1968 collezionando 78 presenze con 816 punti segnati, ha partecipato alle Olimpiadi di Roma 1960, Tokyo 1964 e Città del Messico 1968 e si è messo al collo l’oro a Napoli ai Giochi del Mediterraneo 1963. Dal 2006, a buon diritto, fa parte dell’Italia Basket Hall of Fame.

Da sinistra, Vittori, Collini e Zamolo

La storia di Paolo Vittori goriziano, invece, è stata ricostruita dal giornalista Roberto Collini e dal fotografo Giampietro Zamolo. <Per anni – scrivono nel risvolto di copertina – lo abbiamo sollecitato a raccontare>. E sono stati esauditi: <Quando finalmente si è deciso a raccogliere le idee … ha messo tutto nelle nostre mani. E noi ci siamo messi le mani nei capelli>. Perché <ripercorrere ottant’anni di storia partendo da Gorizia lacerata più dal dopo guerra che dallo stesso conflitto, passando poi attraverso gli anni del boom economico … non è stato un impegno agevole>. Però <certamente avvincente> per due settantenni accomunati dallo stesso percorso scolastico sin dalle elementari e dall’avere calcato, con le giovanili, il parquet della Goriziana. Zamolo, per trent’anni jolly dell’informatica alla CaRiGo, con l’avvento del digitale ha abbinato al computer la macchina fotografica. Collini, iniziato al giornalismo al Messaggero Veneto proprio con un commento sulla pallacanestro, è stato per anni voce di RadioRai, per TuttoBasket, sci e ciclismo (undici Mondiali e Giri d’Italia, nove Tour de France) <prima di rimanere confinato alla scrivania della direzione della sede Rai del Friuli Venezia Giulia>.

Franco Bertini

Uno per tutti i vecchi compagni d’arme che tratteggiano Vittori cestista agli onori dell’aletta di controcopertina sale l’occhialuto play pesarese Franco Bertini, coetaneo di Paolo con cui ha giocato solo in azzurro e li accomuna l’oro ai Giochi del Mediterraneo 1963 a Napoli. Il collega di un tempo, stupito dalla sua nuova veste, lo descrive pregi e difetti. <Paolo Vittori che scrive un libro – attacca – è come Mike Tyson che ricama. Per conformazione mentale, non certo per sensibilità acuta delle dita e della mano che con l’implacabilità di un cecchino centravano ferro e retina da ogni posizione e distanza. Era insopportabile in campo>. E pennella il ritratto con un aneddoto, in cui si fa trascinare dal colorito vernacolo. Rammenta che Vittori lo stuzzicò: <“Te se ricordi Italia Argentina del ’66, mi 30, Nane (Vianello, ndr) 16, ti 10, quando nel secondo tempo te go dà un balòn d’oro che te gà sbajà da mòna…?”>. Immediata replica per le rime di Bertini: <“Ma va in mòna ti, Paolo Vittori”>. Chiosa finale, in gloria: <Grande.> Perché? <Perché l’età è implacabile nel mettere in mostra la personalità profonda: via gli orpelli giovanili, ecco che ti ritrovi ad essere esattamente quello che sei. E Paolo Vittori si ritrova bene. In più c’è che noi ci troviamo bene con lui>. Che “no gaveva premura…”, ma è riuscito a dare alle stampe il libro sulla storia sua e di Gorizia.

(Nella foto di copertina, Paolo Vittori ai tempi dell’Ignis con cui ha vinto tre Coppe intercontinentali, due Campioni e una delle Coppe, due scudetti e Coppe Italia)

 

 

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