Tra Lulea e Norrkoping ci sono oltre mille chilometri. Durante il viaggio c’è tutto il tempo per pensare alle cose della vita, quelle che ti sono capitate nel lontano passato e quelle che ti sono capitate di recente. Ecco, all’ItalBasket è successo talmente tanto nei tre giorni precedenti che nel charter non c’è molto spazio per ragionare di chissà cosa di diverso dall’Europeo in corso. La Slovenia ci ha battuto più nettamente di quanto dica il -10 finale, la Francia ci ha travolto senza pietà rifilandoci un -33 che è per noi record negativo in un torneo continentale, la Bosnia l’abbiamo battuta soffrendo enormemente e grazie a un Massimo Bulleri che negli ultimi possessi si è preso il proscenio. Qualificati al play-off, o ottavi che dir si voglia, ma con enormi dubbi e pochissime certezze, che peraltro era anche il contesto in cui la squadra era arrivata in Svezia.
Myers, Fucka, Meneghin, Abbio, Frosini, Pozzecco… Per motivi diversi – si va dalle rinunce personali agli infortuni – tanti big del nostro basket non sono nel gruppo azzurro. L’assenza che ha fatto più rumore è senza dubbio quella del Poz che a Recalcati deve tanto e viceversa, un’esclusione per molti versi inaspettata anche per lo stesso giocatore che al Corriere della Sera racconta com’è andata con il ct: «Gli ho detto: dai, basta con le cavolate… E quando lui ribadiva il concetto, cioè che me ne stavo a casa, gli ho urlato: ‘‘Charlie, ma che c… fai?’’».
Operaia è il termine che più viene usato sui giornali per definire quella Nazionale. <Questo gruppo non ha né stelle né big> dice Recalcati alla vigilia, sapendo bene però che Basile, De Pol, Mian, Galanda, Marconato e Chiacig hanno già vinto in azzurro, che Bulleri è uno dei migliori nel suo ruolo nel vecchio Continente e che Soragna, Lamma, Radulovic, Righetti e Cittadini hanno una fame che non si può descrivere. Insomma è un’ItalBasket che ha qualità da mettere sul piatto, ma che non può permettersi cali di intensità, cosa che invece accade contro Slovenia e Francia. La vittoria con la Bosnia ha dato un po’ di spinta, di entusiasmo, ma nel lungo viaggio verso Norkkoping, iniziato subito dopo la partita con i bosniaci, c’è una figura che sovrasta i pensieri azzurri: Dirk Nowitzki.

L’Europeo del 2003 è il primo in cui pesa davvero la presenza di giocatori europei in Nba. Dall’edizione precedente, in Turchia, la Fiba ha modificato il calendario proprio per favorire le convocazioni delle star del Vecchio Continente che stanno sempre più prendendo possesso della Lega oltreoceano. Una di queste stelle è proprio il leader dei Dallas Mavericks Nowitzki che è già stato due volte All-Star e due volte All-Nba nel Second Team, ma che non ha dimenticato certo la Germania condotta nel 2002 al bronzo mondiale con un torneo da Mvp. È lui, ovviamente, il pericolo pubblico numero 1 per la squadra azzurra che atterra alle 3 del mattino, ha giusto il tempo di riposare un po’ in albergo e poi scende in campo alla Himmelstalundshallen.
L’avvio è tutto di marca tedesca, proviamo a tenere il passo, ma complice un Basile non al meglio ci riusciamo a sprazzi. Si arriva anche alla parità a 3 minuti dall’intervallo, ma poi WunderDirk rientra dalla pausa in panchina e guida un parziale di 14-7 che ci ricaccia indietro. Il terzo quarto diventa per parecchi minuti la saga dell’errore da una parte e dall’altra, ci sono ignobiltà tecniche (cit. Franco Casalini in telecronaca Sky) dovute in primis alla stanchezza fin troppo lampante. Non rientriamo dal -10 prima che si accenda, quasi all’improvviso, una luce abbagliante: è il carattere degli azzurri, che a una certa decidono di cambiare marcia alla partita e all’intero Europeo. Da una tripla di Galanda che ci porta a -6 sul finire del terzo quarto prendiamo forza, energia, cazzimma, tutto quel che serve per far andare in tilt i nostri avversari, Nowitzki in primis. La difesa, la santissima difesa, chiude ogni varco possibile e quando non ci riesce ha fatto sudare talmente tanto i tedeschi che quasi non sanno più cosa fare. Il bastone del comando ce l’abbiamo noi, nemmeno la zona altrui ci importuna troppo, Bulleri dalla lunetta è glaciale. Germania battuta, si va ai quarti, si va a Stoccolma.
L’enorme Tsakalidis, 2 metri e 20 in forza a Phoenix. La sapienza di Theo Papaloukas. L’esperienza di Efthimios Rentzias e Michalis Kakiouzis. Il killer instinct di Fragiskos Alvertis, che due anni prima ad Antalya ci ha purgato con un buzzer beater dolorosissimo. La solida gioventù di Dimitris Diamantadis e Antonis Fotsis. Insomma la Grecia ha tante armi, tante soluzioni e a Varese in preparazione ci ha asfaltato. Tutto ciò preoccuperebbe gli azzurri di Lulea, non quelli di Stoccolma che hanno un’altra veste, un altro spirito.

La partita è una lotta infinita, ma non in senso figurato: ci si mena pesantemente per ogni pallone, nessuno fa un passo indietro. Il sacrificio di squadra su Tsakalidis è abnorme, il nativo georgiano produce molto meno del previsto e nel complesso sotto canestro teniamo botta. Il predominio ellenico a rimbalzo è abbondantemente pareggiato dalle numerose palle perse dei nostri avversari che si ritrovano costantemente un azzurro addosso. Sotto all’intervallo di 4, sotto a metà terzo quarto di 7, con Basile e Bulleri che tirano malissimo: eppure non molliamo e il punteggio bassissimo ci aiuta. Ci aiutiamo anche da soli con una zona 2-3 molto dinamica che i greci non sanno come attaccare. Il quinto fallo di capitan Galanda ci complica le cose, il quinto di Denis Marconato pure, ma non ci scomponiamo e nel momento più convulso della gara ritroviamo un paio di guizzi di Basile che ci danno il +4 a 91 secondi dal termine. Sul +2 Dikoudis sbaglia due liberi, ma il rimbalzo è ancora greco; Hatzivettras è libero per un tiro da 3, ma non è Alvertis e non siamo ad Antalya: sdeng, rimbalzo Bulleri che subisce fallo e va in lunetta. Ne segna uno, ne sbaglia un altro, mancano 23 secondi, c’è ancora da soffrire.
Matteo Soragna è uno degli operai di questa squadra. La serie A l’aveva assaggiata 21enne a Pistoia, poi è ripartito da Barcellona Pozzo di Gotto e dalla B1 trovando a Biella la sua consacrazione e il ritorno in A. A 27 anni si ritrova a giocare per la prima volta un torneo internazionale con la maglia azzurra e il secondo in assoluto dopo la Korac proprio a Pistoia. A dispetto dell’età insomma non è un veterano, ma sta giocando come tale anche in quel quarto di finale. Sono sue le mani che vanno a infastidire la ricezione di Fotsis provocando la palla persa ellenica che gira definitivamente la partita: in realtà è il piede dell’azzurro l’ultimo a toccare, ma non c’è l’Instant Replay e conta la decisione degli arbitri. Dikoudis è l’ultimo ad arrendersi, lo stesso Soragna sigilla dalla lunetta. L’Italia è in semifinale, manca una vittoria per qualificarsi ai Giochi Olimpici di Atene 2004.
Quella vittoria non arriva con la Spagna. Le Furie Rosse sono giovani e sfrontate, hanno il nucleo che li porterà da lì a qualche anno a dominare l’Europa e il Mondo: Pau Gasol, José Calderon, Felipe Reyes, Jorge Garbajosa. E soprattutto Juan Carlos Navarro, che dopo un primo tempo ai margini nella ripresa fa a fette la difesa azzurra ogni volta che ha il pallone tra le mani. Eppure proprio il primo tempo sembrava preludio di un altro finale, con gli azzurri concentrati come sempre, tosti come sempre e in più capaci di arrivare anche sul +11. Tornati in campo dopo l’intervallo, la fisicità difensiva iberica ci asfissia e Navarro, come detto, fa il Navarro. A 71 secondi dal termine siamo sotto di 6 e in balia degli eventi, ma ancora una volta non molliamo: Basile in penetrazione, un incosciente Bulleri da oltre l’arco, Basile che prende uno sfondamento da Navarro. A 18.6 secondi siamo -2 e con la palla nelle mani del Bullo che di punti ne ha fatti 24 e che giustamente si prende l’ultimo tiro: in equilibrio precario, spintonato da Calderon e de la Fuente, non va oltre il primo ferro. Finisce con l’amarezza, ma non c’è tempo di ragionarci su: meno di 24 ore e si torna in campo per la finale terzo posto che vale il pass per Atene. Di fronte la Francia.
«Con Varese nel 1999 perdemmo di 47 contro Treviso e poi la battemmo nei play-off. Ogni partita fa storia a sé». Non c’è altro modo se non quello offerto da Recalcati per affrontare, di nuovo, i transalpini. Ci si gioca una medaglia europea, ci si gioca l’accesso ai Giochi Olimpici, ci si gioca in pratica tutto. E noi diamo tutto. Capitan Galanda è il faro attorno a cui tutti gli altri si muovono, un’unica infrangibile macchina infernale che fa capire ai transalpini che stavolta la musica è diversa. Oddio, quasi infrangibile: Bulleri ha una contrattura e il primo tempo lo guarda dalla panchina, Basile ha un problema a un ginocchio alla fine del primo quarto, Davide Lamma viene buttato nella mischia, ma pure lui ha una distorsione a una caviglia che lo tormenta. Eppure resistono tutti e tre, i denti, la cinghia, tutto quello che si può stringere lo stringono. Solo che quegli altri iniziano a carburare orchestrati dal 21enne Tony Parker, fresco campione Nba con i San Antonio Spurs. Hanno talento i francesi, hanno stazza, hanno chili e centimetri, ma noi abbiamo una cosa che può sembrare retorica e che invece non lo è affatto: il cuore. Con quello resistiamo, con quello teniamo botta quando Parker sembra indirizzare la partita verso Parigi. Troviamo pure un nuovo protagonista, quell’Alex Righetti che nel torneo era andato a sprazzi e che con la Spagna non aveva affatto inciso: qui invece in pochi possessi due canestri, un rimbalzo offensivo, una rubata a TP9, i liberi del sorpasso a 89 secondi dalla fine, un altro recupero. Un contagocce è strumento fin troppo eccessivo per segnare i punti, in una partita così i liberi sono fondamentali e Basile prima e Marconato mettono mattoncini speciali. A 12 secondi dalla fine siamo sopra di 2 e rimessa a nostro favore, una rimessa che però Bulleri manda al macero scivolando davanti alla panchina azzurra e regalando il possesso ai transalpini. Non c’è timeout, si va da Parker perché è giusto così, è lui che riceve, palleggia contro Bulleri, lo attacca, lo batte, va fino in fondo.
Se Parker dovesse segnare manderebbe tutti ai supplementari e lì, forse, le energie non ci accompagnerebbero più, Michele Mian non ne marcherebbe tre alla volta in un modo che solo lui sa e non ha alcuna intenzione di rivelare, i nostri play pagherebbero dazio alla stanchezza e agli infortuni, i falli complicherebbero le rotazioni. Oppure tutti troverebbero ancora nuove forze, nuove risorse, crollando in campo pur di non far fare un passaggio pulito ai nostri avversari.
Non lo sapremo mai cosa sarebbe successo perché il tiro di Parker è corto, magnificamente corto. Marconato recupera il pallone e lo tiene stretto nelle mani come se da quel pallone dipendesse il destino del mondo. La sirena suona, abbiamo vinto.
<È come la storia di Cenerentola> dice un esausto e gladiatorio capitan Galanda. Siamo tutti lì, in campo, festeggiamo come matti perché è un bronzo di una bellezza inaudita. E siamo tutti un po’ Franco Casalini che in telecronaca commenta, analizza, ma poi non riesce a proseguire passando il testimone a Tranquillo: «Flavio ti passo la parola, mi metto a piangere un attimo». Piangiamo insieme, coach, le lacrime più belle che si possano versare.
Dario Ronzulli