Il punto più basso della storia della pallacanestro italiana
La sconfitta con l’Islanda lascia il segno.
Dalla Gazzetta dello Sport a firma Giorgio Specchia, la disamina (cruda) sullo stato di salute della nostra pallacanestro. Il punto più basso della storia della pallacanestro maschile italiana è stato toccato giovedì a Tortona nella prima partita delle qualificazioni al Mondiale 2027 in Qatar. Ed è stato toccato in una gara vera, importante, anche perché combaciava con la prima da ct di Luca Banchi. Ebbene, l’Italia è riuscita a perdere in casa contro l’Islanda che nel basket non si è mai qualificata a un’Olimpiade o a un Mondiale e, nei tre Europei disputati, non è mai finita tra le prime venti. Ma l’aspetto più inquietante del ko è che gli azzurri sono stati sconfitti semplicemente perché inferiori agli islandesi: non sono mancati l’impegno e la voglia di vincere davanti al capitano Achille Polonara che era andato lì con il suo carico di coraggio e di carisma.
La squadra di Banchi è figlia di un sistema che da anni fatica a stare al passo con il resto del mondo. Lo dicono i risultati internazionali sia a livello di club, dove non alziamo il trofeo più importante dalla Virtus Bologna del 2001, sia a livello di Nazionale, la cui ultima medaglia è l’argento olimpico ad Atene 2004. Negli ultimi vent’anni gli azzurri hanno giocato una sola Olimpiade su 5 con tanti flop e un’unica partita degna di passare alla storia, la splendida vittoria di Belgrado del 4 luglio 2021 contro la Serbia che ci ha dato il pass per Tokyo. Ma perché il basket italiano è caduto così in basso? Perché è presuntuoso, perché si sente ancora il secondo sport italiano dopo il calcio quando invece non lo è più da anni, stracciato per risultati e anche negli ascolti tv dal tennis e dal volley maschile e femminile. Eppure sarebbe bastato copiare.
Tipo il Club Italia del volley – dove sono cresciute le varie Egonu, Orro, Fahr e Danesi – che ha fatto le fortune della Nazionale femminile. Se i club del volley dominano in Europa, quelli del basket faticano sempre più. Il crollo è stato verticale. C’erano il Simmenthal Milano negli Anni 60, Varese che sapeva conquistare 10 finali consecutive in Coppa dei Campioni tra il 1970 e il 1979. Poi Cantù, ancora Milano, Treviso, Roma, le due di Bologna: fino a ventanni fa l’Italia era una presenza fissa nella finale europea. Eravamo il secondo campionato al mondo per importanza, dietro l’insuperabile Nba. I diritti tv della serie A sono arrivati a valere 10 miliardi di lire l’anno per 5 stagioni con la partita sulla Rai il sabato pomeriggio. Un’esagerazione da Prima Repubblica, mal gestita, che ha fatto penetrare nel sistema la presunzione di sentirsi invulnerabili. Invece, a parte l’Olimpia Milano vicina al tracollo e salvata dall’ingresso di Armani, per tutti gli altri club che avevano dominato in Europa è stato un susseguirsi di fallimenti, ridimensionamenti, retrocessioni che hanno tolto vitalità e forza alla serie A. Colpa della crisi economica che ha di fatto tolto sponsor munifici e mecenati come Snaidero a Udine o Scavolini a Pesaro. Così l’effetto traino dei risultati di club e Nazionali ha spinto sempre più giovani a scegliere il volley anziché il basket. Se fosse nato negli Anni 70, Michieletto con i suoi 2 metri e 11 sarebbe quasi certamente diventato un giocatore di basket…
Non sarà facile uscire da questa crisi evidenziata dalla partita con l’Islanda. Luca Banchi è tecnico preparato, ma la Nazionale non può tornare a volare da sola. Serve l’aiuto di tutto il sistema basket: le eccellenze – tecniche e dirigenziali – non mancano. Basta coinvolgerle e metterle in moto in un progetto complessivo di ristrutturazione, dall’attività di base alla serie A.