Nel giorno di Pasqua resurrezione, pubblichiamo il ricordo a tutto tondo di Giancarlo Di Brazzà, anche intimo, scritto dal professor Flavio Pressacco che completa al meglio il profilo goriziano tratteggiato già dal collega giornalista Roberto Collini. Grazie, come sempre, al professor Pressacco che ci pregia della sua preziosa collaborazione.
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Fu al Palazzetto dello Sport di via Marangoni che vidi per la prima volta Giancarlo. Nei primi mesi (metà
marzo circa) del 1959 assistendo a una partita del campionato studentesco di basket, allora trofeo Burei,
per la quale tifavo da studente del primo anno di ragioneria dell’Istituto Tecnico Zanon. Giancarlo era nel
quintetto base della squadra che si aggiudicò quella edizione. Alto ben oltre 1.90, non era né veloce né
saltatore, ma in compenso coordinato e con buoni fondamentali, si alternava in pivot con Deidda, all’epoca
il più alto dei lunghi udinesi (oltre due metri). Ricordo un particolare diciamo estetico: al campionato
studentesco solo la maglietta era comune, tuta e calzoncini erano personali e di solito si usavano quelli
della società di provenienza; Giancarlo invece indossava uno strano (almeno per me) e molto elegante paio di calzoncini a righe verticali alternate rosso e blu. Seppi poi che facevano parte della divisa del Motomorini Bologna e che le aveva ricevute in regalo dal cugino Paolo Cozzi, uno dei tre atleti di scuola udinese (con Cescutti e Cernich) che già negli anni ’50 frequentarono con successo la massima serie.
Nei mesi successivi scoprii un altro lato di Giancarlo. Abitavo allora in Viale Venezia e nel percorso dallo
Zanon a casa constatai che Giancarlo, pur munito di elegante bicicletta, accompagnava camminando Silva
Morettuzzo, anch’ella studentessa di ragioneria (di cinque anni più giovane di lui), considerata
all’unanimità, in quell’ambiente ancora “patriarcale”, la più affascinante fra le ragazzine del quartiere.
All’esito di un lungo corteggiamento vi fu poi il fidanzamento sfociato in un felice matrimonio, rimasto ben
saldo per tutta la vita e allietato dalla nascita di due figli e di amatissimi nipoti.

Tornando al basket, in quegli anni di tumultuosa evoluzione le crescenti ambizioni dell’Apu richiesero
inserimenti di grandi pivot, come Cernich e Macoratti, che misero fuori gioco Giancarlo, menomato anche
da alcuni incidenti. Nel frattempo Giancarlo si era diplomato geometra (all’epoca non era ancora nato
l’Istituto Marinoni come scuola autonoma) ma non aveva alcuna intenzione di fare un lavoro coerente con
il suo diploma. Forte anche di una reputazione “nobiliare” (la famiglia vantava una parentela con il celeberrimo esploratore Savorgnan di Brazzà), Giancarlo si propose all’Apu nella prima metà degli anni Sessanta nel duplice ruolo di assistente tecnico/dirigenziale.
Ricordo in particolare che nella stagione 1964-1965 fu allenatore e dirigente responsabile, non disdegnando anche qualche fugace apparizione in campo, di una seconda squadra Apu che militava in terza serie (allora serie B dopo prima serie e serie A). Una squadra creata appositamente perché l’allora giovane e molto promettente, ma ancora cestisticamente imberbe, Lino Paschini potesse acquisire esperienza prima di un suo lancio in prima squadra. Ricordo bene la cosa perché fui il playmaker di quella formazione nella quale militava anche Franco Galanda, padre del futuro campionissimo Giacomo.
Ottenuta nel frattempo una posizione di supplente di educazione fisica nel boom demografico e scolastico
della seconda metà degli anni Sessanta, Giancarlo decise di lasciare l’Apu per affiancare Cernich nelle
formazioni giovanili della Libertas, che allora aveva assunto una posizione di rilevanza nazionale nel
panorama del basket giovanile. Qui Di Brazzà ebbe un ruolo strategico decisivo nel coinvolgimento cestistico di Gianni Patriarca. Un imprenditore, attivo nel settore delle cucine componibili, che voleva imitare Snaidero non solo nel prodotto, ma anche nelle decisive strategie promozionali e di marketing. Giancarlo colse l’attimo per proporre nell’estate del 1968 un’integrazione fra impresa Patriarca e sviluppo del progetto Libertas, ben oltre la pura attività giovanile. L’accordo prevedeva la costituzione di una nuova società targata Patriarca che, giovandosi della collaborazione di tecnici della Libertas, avrebbe sviluppato un proprio settore giovanile, in amichevole concorrenza con la Libertas, proponendo anche una prima squadra in Promozione regionale composta in via esclusiva da giocatori di provenienza Libertas, usciti dal settore giovanile e non approdati alla prima o seconda serie.

Si trattava di una sperimentazione esplorativa in attesa di passi più impegnativi e, tenuto conto che avevo
già maturato esperienza di tecnico nelle giovanili Libertas, ma anche nel campionato di Promozione regionale, fui scelto per guidare quella squadra. Cernich rimaneva coordinatore di tutta l’area tecnica
integrata, Di Brazzà aggiungeva al ruolo di tecnico delle giovanili Libertas quello ben più importante di
general manager (con linguaggio moderno si direbbe amministratore delegato) del progetto Patriarca.
Come detto il progetto avrebbe dovuto procedere a piccoli passi, ma invece bruciò le tappe.
Successe che tre vittorie iniziali di stretta misura, contro squadre agguerrite, convinsero immediatamente
Di Brazzà ad alzare il tiro: furono inseriti a partire dalla giornata successiva rinforzi significativi. Grazie anche ai nuovi rinforzi la squadra vinse il campionato approdando trionfalmente alla categoria superiore.
Di Brazzà e Patriarca decisero allora un ulteriore salto di qualità, spinti non solo dall’entusiasmo per il buon
esito della prima esperienza, ma anche dall’autentico boom della pallacanestro, generato a Udine e in tutto il Friuli dai successi dell’Apu Snaidero. Un entusiasmo che indusse il Comune a programmare con la
massima urgenza la costruzione di un nuovo Palazzo dello Sport con una capienza prevista di 6.000 posti
destinato a sostituire il Palazzetto di via Marangoni almeno per gli incontri della prima serie.
Mantenendo l’alleanza con la Libertas, la Patriarca acquisì i diritti sportivi della Virtus-Friuli allora militante
in terza serie e allenata da Pippo Garano, tecnico vulcanico e competente. Garano rimaneva alla guida della prima squadra ove sarebbe stato affiancato da Cernich in un ruolo misto di preparatore atletico e
assistente. Di Brazzà manteneva saldamente il ruolo di general manager anche nella nuova cornice. Il nuovo progetto, integrato nella cornice di un’alleanza Patriarca, Libertas, Virtus Friuli decollò piuttosto
rapidamente raggiungendo all’inizio degli anni ’70 la seconda serie. Ma non riuscì a raggiungere il doppio,
difficilissimo traguardo dell’approdo alla massima serie e soprattutto della sfida al predominio cittadino che
rimase saldamente in capo alla Snaidero. Ma qui Giancarlo si inventò una nuova strategia.
Cogliendo il destro di un momento di crisi della Ginnastica Goriziana, decise di chiudere o meglio di ridimensionare la componente udinese (mantenendo una sorta di filiale con l’etichetta Nayform sotto la supervisione dirigenziale di Ettore Micalich, il papà di Davide) e di trasferire a Gorizia il marchio Patriarca e il suo progetto originale. A Gorizia si instaurò così anche una colonia di ben quattro giocatori di estrazione udinese. Bruni e Flebus provenienti dalla scuola Libertas, furono affiancati dagli ex snaiderini Otello Savio, playmaker di grandissimo talento, e Mauro Fortunato, anche lui di scuola Libertas (originariamente Libertas San Daniele e poi Libertas Udine e approdato infine alla Snaidero assieme a Cernich nell’annata 1972-1973). Con il barone Riccardo Sales in panchina la Goriziana-Patriarca riuscì a ottenere una doppia promozione: dapprima dalla serie B all’A2 nel 1974-’75 e poi dall’A2 all’A1 nel 1975-’76.
Fu uno dei capolavori dirigenziali di Giancarlo Di Brazzà. Purtroppo, Patriarca non riuscì a tradurre l’agognato successo cestistico in una parallela crescita aziendale e abbandonò il progetto proprio sul più bello. Ma Di Brazzà continuò a occuparsi di basket e proprio a Gorizia a metà degli anni ’80 avrebbe colto altri grandissimi risultati nel ruolo di general manager, raggiungendo il prestigioso traguardo delle final eight nei playoff per lo scudetto, il miglior risultato di squadra della storia della Ugg e ovviamente del nostro Giancarlo. Ma della vicenda goriziana ha detto molto autorevolmente l’amico Roberto Collini.
Vorrei aggiungere qualcosa sull’uomo Di Brazzà negli anni anche dopo l’abbandono del basket e il
pensionamento da docente di Educazione Fisica. Aveva mantenuto la passione per il basket e seguiva con
attenzione e competenza le trasmissioni televisive anche negli ultimi anni, pur gravato da qualche problema di salute. Aveva poi mantenuto rapporti molto stretti e cordiali con alcuni ex allievi della scuola e in particolare del Malignani, divenuti nel frattempo apprezzabili viticultori e produttori di buoni vini friulani dei quali faceva scorta non mancando di approntare confezioni regalo per le occasioni speciali.
Anche nell’ultimo incontro all’hospice, una decina di giorni prima che si arrendesse alla malattia, si era
raccomandato alla figlia perché mi organizzasse una confezione speciale. L’amarezza per la sua scomparsa è parzialmente attenuata dal gradevole ricordo di quelle ore dell’ultimo incontro. Esse furono una piacevole carrellata di ricordi delle vicende non solo cestistiche degli anni udinesi e goriziani, nelle quali rivelò peraltro (a dispetto della malattia) una straordinaria lucidità e chiarezza di idee. Ciao Giancarlo, riposa in pace….
(Nella foto di copertina, Di Brazzà giocatore Apu terzo da destra e nel testo allenatore Libertas primo a sinistra)
Che bel ritratto.Uno spaccato di vita sportiva e di storia udinese.
Grazie.
Prego, la persona lo meritava e Pressacco, suo amico, sa come si fa