I boiardi federali al 3° mandato
si fanno beffe del quorum 66%
dettato dalla legge Abodi

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Sport, è ufficiale: la legge Abodi fa flop

Fallimenti – Anche Petrucci (Basket) ce la fa: tutti confermati i boiardi eterni delle federazioni

27 Dicembre 2024
Barelli, Binaghi, Buonfiglio, Casasco, Matteoli, Rossi, Zanella. E adesso pure Petrucci. Con la fresca rielezione dell’intramontabile Gianni, confermato per l’ennesima volta, la sesta, alla guida del basket italiano, la casta dei presidenti federali è salva, praticamente al completo. La stagione elettorale dello sport non è ancora finita, manca qualche disciplina tra cui la più importante, il calcio (il numero 1 Gravina si avvia verso un plebiscito), prima del Coni, a giugno. Intanto però si può già certificare l’incredibile fallimento della legge Abodi: il suo quorum del 66% che doveva favorire il rinnovamento non è scattato neanche in un caso.La scorsa estate i boiardi delle Federazioni erano riusciti a farsi cancellare dal Parlamento la famosa legge sul limite di tre mandati, scavalcando il governo e lo stesso Abodi. Per compensare, il ministro ha introdotto questa maggioranza rafforzata (minimo i due terzi dei consensi per chi è oltre il terzo mandato), che avrebbe dovuto rendere più difficile la rielezione dei soliti noti. I presidenti se ne sono fatti letteralmente beffe.

Da settembre ad oggi abbiamo assistito ad una serie incredibile di riconferme con percentuali bulgare e spesso candidati unici. A partire dai potentissimi Angelo Binaghi del tennis e Paolo Barelli del nuoto, senza dimenticare il recordman Luciano Rossi, che nel tiro a volo è arrivato addirittura al nono mandato (è in carica dal 1992). Petrucci era l’ultimo rimasto, quello che rischiava di più, vista la situazione disastrata della pallacanestro e la presenza di uno sfidante agguerrito come l’avvocato Guido Valori. In effetti ha rischiato, andando a soli quattro voti dalla detronizzazione, ma alla vigilia delle feste natalizie ce l’ha fatta anche lui. Dei decani in teoria mancherebbero ancora Sabatino Aracu (pattinaggio) e Mario Scarzella (tiro con l’arco), ma il primo non avrà rivali, il secondo alle soglie degli 80 anni passerà la mano (in compenso potrebbe entrare in Federazione con un ruolo apicale suo figlio). Insomma, ce l’hanno fatta tutti.

È la dimostrazione che non serve a nulla fissare percentuali e numeretti, se non si mette mano al sistema in profondità, intervenendo su deleghe e candidature che limitano la democrazia interna. La tagliola dell’ex ministro Luca Lotti (tre mandati e poi tutti a casa), per certi versi era ingiusta, forse persino incostituzionale (la Consulta aveva trovato da eccepire), ma di sicuro sarebbe stata efficace. Invece quello di Abodi è stato un inutile palliativo.

Considerato che il ministro pare intenzionato a modificare nuovamente le regole in vista del prossimo quadriennio, la sua norma sul 66% passerà alla storia per essere stata approvata ma mai applicata, visto che non è riuscita a scalzare nemmeno uno dei presidenti oltre il terzo mandato. Anzi, un effetto in realtà l’ha sortito: per scongiurare lo spauracchio del quorum, tanti presidenti sono stati ancora più feroci che in passato, cannibalizzando le opposizioni, facendo in modo, tra cavilli, trucchetti e squalifiche, che in molti casi non ci fossero neppure candidati alternativi, tanto per non correre rischi. E così è stato, nonostante o forse proprio grazie alla legge Abodi. Un trionfo.

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Al contrario del “legado” di Aldo Corno in Mozambico, questa è una storia per niente natalizia. E’ una vicenda tutta italiana, che testimonia dell’eterno gattopardismo italico: che tutto cambi, affinché nulla cambi. E il nuovo non avanza mai. Anzi, spesso è fagocitato dall’ancien regime. Lo stesso parvenu Valerio Antonini, nel salto dall’A2 alla A, pare che abbia capito come funziona il giochino. E che sfrutti il clamore mediatico, meglio non parlare di appeal, che desta ogni sua dichiarazione per mandare a dire al sistema.

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