Fadini scelse Dalipagic
alla Gedeco in A2 1983-’84
quando ruppe col Real Madrid

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Com’è piovuta una stella di prima grandezza quale Drazen Dalipagic a Udine in A2 nella Gedeco 5-3-5 nella stagione 1983-1984? Dove arrivò che con la Jugoslavia aveva già scalato i primi due gradini del podio alle Olimpiadi, argento a Montreal 1976 e oro a Mosca 1980, per completare il trittico nell’estate 1984 fra le sue due stagioni udinesi con il bronzo a Los Angeles. Mentre aveva già guadagnato tutti e tre i gradini iridati argento al Mondiale di Porto Rico 1974, oro nelle Filippine 1978 dov’è risultò l’Mvp del Mondiale e bronzo in Colombia 1982, piazzamento bissato in Spagna 1986. Per non dire dei tre ori Europei di fila in Spagna 1973, RSF Jugoslavia 1975 e Belgio 1977 più il bronzo in Italia 1979 e l’argento in Cecoslovacchia 1981. L’ala piccola classe 1951 di scuola Partizan Belgrado, dove nel 1981 – 1982 ebbe la sua migliore stagione con 42,9 punti di media a partita quando non c’era ancora il tiro da tre, aveva già avuto un’esperienza in Italia alla Carrera Reyer Venezia di paron Tonino Zorzi in coppia con Spencer Haywood, perdendo una finale di coppa Korac. Perché a volte anche i campioni perdono.

A portare Dalipagic in Friuli fu l’esordiente ds Andrea Fadini, classe 1955, che poi intrecciò una relazione di amicizia con il campione che porterà il manager friulano martedì, alle 13.30, a presenziare a Belgrado al rito civile con cui sarà celebrato il funerale di Drazen, che sarà cremato, dopo una commemorazione nel palazzo della federazione serba di pallacanestro. Riti che si aspetta abbiano grande partecipazione popolare, vista la fama di cui Praja godeva in patria toccata con mano a ogni loro presenza assieme in qualche palasport serbo. <Difatti – dice Fadini -, il primo ricordo che ho di lui è sotto l’aspetto umano, dopo averlo avuto per anni anche a fine carriera italiana a Verona. Tornato al Partizan dopo Venezia, Praja fece una stagione al Real Madrid da straniero di coppa Campioni con la promessa che in quella successiva lo sarebbe diventato anche in campionato. Promessa disattesa perché per il campionato fu ingaggiato al suo posto Mirza Delibasic. Allora, come raccontava lui, senza salutare alcuno se ne è tornato a casa ed è andato al mare in Croazia per quindici giorni con la famiglia e i bambini piccoli. Non voleva più sentire parlare di basket e nel frattempo aveva avuto una proposta solo dalla Turchia, allora non appetibile. Rincasato verso metà luglio in auto, mentre la moglie ha portato in casa i bambini a lui sono toccati più viaggi per sistemare i bagagli. Fra uno di questi squilla il telefono fisso e la moglie gli dice di rispondere. Infastidito, alza la cornetta e all’altro capo del filo c’ero io, che in qualche modo avevo recuperato il suo numero. Ero un rookie assoluto e lui mi dava del lei, perché mica sapeva che avevo 28 anni. Il contatto fu possibile perché allora la Lega, di A1 e A2, aveva adottato il sistema delle scelte all’americana e per un gentlemen agreement fra società sui giocatori che nominavi nessuno in Italia poteva darti fastidio. Mi disse di richiamarlo l’indomani mattina e alla fine scelse a Udine, così mi disse, perché era la più vicina a Belgrado e così poteva passare due giorni a casa sua in famiglia>.

Fadini torna quindi sull’aspetto umano, di cui in premessa: <Di tutti i giocatori che ho avuto a Verona, ma anche a Napoli nessuno mai ha avuto il palmares di Dalipagic. Anche quando ha smesso di giocare a 37 anni siamo rimasti amici. Era sempre contento e anche negli ultimi due anni e mezzo in cui stava male era sempre combattivo, non l’ho mai sentito lamentarsi. Era piacevole stare assieme a lui, anche litigarci. Dissacrava la pallacanestro moderna, lui era rimasto legato a quella di Michael Jordan. Di tutti i palleggi fatti da Luka Doncic in mezzo alle gambe diceva che ai suoi tempi il professor Nikolic o Zeravica l’avrebbero buttato fuori dalla palestra. In Italia era diventato anche un esperto e un appassionato di tennis. In patria godeva di una popolarità enorme. Al palasport di Belgrado ho assistito a standing ovation di 7 mila persone, telecamere, foto, autografi. Anche i giovani sapevano chi era. Lo speaker lo annunciava ed era sempre al primo posto a cavallo della linea di metà campo. Era uno dei pochi serbi, anche se lui era di Mostar in Bosnia Erzegovina, rimasto legato alla ex Jugoslavia e al maresciallo Tito che aveva conosciuto. Quando la Jugo si è smembrata, la banca serba in cui aveva tutti i suoi soldi, a differenza dei suoi colleghi cestisti che li avevano investiti all’estero, glieli ha espropriati. Poi gli hanno dato un vitalizio a vita e due appartamenti che affittava. Non amava la nuova Serbia, non era un ultra nazionalista. Era uno contro corrente, da pane al pane e vino al vino. Sapeva farsi anche nemici, perché era uno scomodo. Era un uomo di altri tempi, vero, scanzonato, ma anche bastian contrario, burbero, timido e aggressivo. Gli avevo proposto di scrivere assieme un libro su tutto quello che mi raccontava del basket dell’ex Jugoslavia, ma non ha voluto. Era particolarmente legato al ricordo di Stati Uniti – Resto del Mondo in cui si erano marcati a vicenda con Michael Jordan ed erano risultati i migliori marcatori. Aveva fatto anche un provino con i Boston Celtics di Red Auerbach. Era stato un gran atleta in gioventù, mentre poi ha vissuto sulla tecnica. Il suo segreto era il gioco semplice. I suoi arresto e tiro, timing nelle uscite dai blocchi e meccanica di tiro erano irripetibili, da filmare. Aveva un range di tiro dalla medio – lunga distanza in cui era imbattibile. Per lui non contava la preparazione atletica, diceva che andava fatta sul campo e bastava un’ora, un’ora e un quarto di allenamento di qualità>. Quella di cui lui ne aveva da vendere.

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