Purtroppo iniziamo l’anno salutando un altro amico e collega del mondo del basket che ci lascia e per noi è sempre troppo presto. Mario Blasone un vero artista sia sul campo sia nella vita. Mi hanno raccontato che aveva cominciato a giocare negli anni 50 sul campo di San Gottardo e che fra gli altri compagni vi erano Giorgio Gorlato e Renato Tavano; io lo conobbi qualche anno dopo. Precisamente in un mattino di
dicembre del 1958 per me, studente di Ragioneria al primo anno dell’Istituto Zanon, ultimo giorno di scuola prima delle vacanze di Natale. Terminata la terza ora di lezione alle 11, l’altoparlante diffonde un messaggio del Preside che dopo gli auguri di prammatica annuncia: <le lezioni oggi finiscono in anticipo; si può andare
a casa, ma chi vuole potrà recarsi nella palestra della scuola ove potrà assistere a un incontro di pallacanestro fra la rappresentativa dello Zanon e quella del liceo scientifico Marinelli>. All’epoca conoscevo molto superficialmente, ma non praticavo, la pallacanestro; ma spinto dalla curiosità fui fra coloro che accolsero l’invito.
La pallacanestro è ovviamente, ed era anche allora, un gioco di squadra, ma mi apparve chiaro che lo scontro decisivo era fra i due giocatori migliori che, appresi poi, si chiamavano Sergio Maschio per lo Zanon e Mario Blasone per il Marinelli. Per la cronaca prevalse lo Zanon, ma non fu una vittoria facile: Blasone mi sembrò interpretare il gioco come una sorta di ginnastica con la palla, artistica e acrobatica al tempo stesso. Lo avrei rivisto qualche mese dopo nella primavera del 1959 assistendo dalle gradinate del Palazzetto di via Marangoni alle partite del Trofeo Burei, epica sfida fra le principali scuole superiori della città.
Quasi tutti i giocatori in campo erano nella rosa delle migliori squadre udinesi: l’Associazione Pallacanestro Udinese, la Virtus Friuli, il Ricreatorio Festivo Udinese e il Porzio. E il campanilismo studentesco era tale che per tutti i giocatori una vittoria in una partita del Burei valeva ben più che una vittoria nel campionato societario. Per
ben tre anni consecutivi Zanon e Marinelli si contesero la vittoria e ogni volta a dispetto delle prodezze di Mario il successo arrise allo Zanon. I duelli fra Maschio e Blasone mi ricordavano l’atmosfera degli scontri fra gli eroi Greci e Troiani raccontati nell’Iliade. Vero è che Sergio era coadiuvato da altri giocatori di vaglia come Tavano, Paderni, Levis, Di Brazzà, Deidda, mentre Blasone asseriva di non avere compagni di squadra all’altezza.
Rivali in campo studentesco, Maschio e Blasone furono invece per molti anni (dal 1958-’59 al 1963-’64) compagni di squadra nell’ A.P.U. allora protagonista nella seconda serie nazionale a gironi. Rimane incancellabile nella mia memoria in particolare la stagione 1960-’61 nella quale un gruppo di “ventenni” Maschio, Blasone, Silvio Savio, Tavano, Bulzicco e Paderni, offrì un indimenticabile spettacolo di
basket-champagne con contropiede velocissimi, acrobatici e travolgenti.
Tornando alla realtà dei campionati scolastici, nell’anno scolastico 1963-1964 Blasone decise di completare gli studi liceali, tornando in campo con il Marinelli per sollevare finalmente al cielo il trofeo studentesco.
Negli anni successivi Mario si trasferisce in Sicilia, frequentando l’ISEF a Palermo e giocando qualche anno fra Palermo e Messina nel girone sud della seconda serie, diventando un vero idolo e convincendo fra l’altro ad affiancarlo anche i colleghi Bruno Miari e Paolo Pellizzari. Terminati gli studi siciliani, Blasone tornerà a Udine iniziando a insegnare educazione fisica e ad allenare squadre giovanili nella galassia
Libertas – Patriarca. Dopo il 1977 si trasferirà nell’A.P.U.Mobiam, trampolino di lancio per una carriera molto brillante sia in Italia, soprattutto nel settore giovanile delle squadre nazionali, sia all’estero. In particolare per la Mobiam nel 1977-’78 in A2 è aiuto di Mullaney che sostituisce come capo allenatore dopo l’esonero, riuscendo a raggiungere la salvezza all’ultimo respiro.
Poi dal 1981 entra nel settore giovanile squadre nazionali, chiamato da Rubini su consiglio di Santi Puglisi all’epoca responsabile del settore. Ottiene grandi risultati (12 medaglie in competizioni internazionali) con una sua ricetta particolare: anziché stressare i giovani giocatori con allenamenti mirati alla preparazione tattica, li porta a visitare musei, chiese e monumenti più importanti delle località sede dei gironi di
qualificazione; i giovani ne rimangono affascinati e rendono oltre ogni aspettativa. Fra gli allori ottenuti la vittoria al torneo di Mannheim 1981, i campionati europei juniores Olanda 1990, i giochi del Mediterraneo under 22 in Grecia. Grande rammarico il mondiale juniores di Edmonton, Canada 1990, sfiorando il clamoroso successo nella finalissima contro lo squadrone U.S.A. che prevale solo ai supplementari.
Entra poi, con capo allenatore Gamba, nello staff della nazionale maggiore come assistente in coppia con Puglisi ed è oro agli europei 1983 in Francia.
Dopo un periodo interlocutorio a Verona con l’amico Fadini, general manager e plenipotenziario, torna nel 1993 nello staff della nazionale maggiore con Messina capo allenatore, contribuendo ad altri successi (oro ai Giochi del Mediterraneo ’93, argento ai Goodwill games 1994, argento europeo nel 1997).
Nel frattempo ha acquisito una dimensione internazionale, come vero e proprio ambasciatore della cultura italiana, attivando amicizie e collaborazioni significative con grandi allenatori negli Usa (Bobby Night, Lou Carnesecca, Peter Carlesimo), in Urss (Stanislav Eremin), in Spagna (Miguel Diaz). E’ carismatico relatore
invitato a tenere clinic in tutti i cinque continenti. La dimensione internazionale è confermata dalla nomina nel 1998 alla guida del settore tecnico della nazionale egiziana, in vista delle Olimpiadi del 2000, ove sfiora la clamorosa qualificazione come rappresentante del continente africano. Allenerà poi anche le nazionali
degli Emirati Arabi e dell’Arabia Saudita.
Negli ultimi anni continuava a seguire da cultore appassionato il basket alla Tv e sui giornali, tormentato peraltro da problemi di salute piuttosto seri, sempre affettuosamente assistito dalla moglie Marina e dal figlio Massimo.
Frequentava in particolare con un gruppo di coetanei del mondo sportivo il bar del Palazzetto dello Sport di via Marangoni e l’osteria friulana tipica all’Allegria, una delle cui sale da pranzo aveva impreziosito con due splendidi murales di Piazza Libertà e di via Grazzano, testimonianza della sua genuina vena artistica. Penso che sarà questo il luogo ove i tanti amici, friulani e non, del mondo cestistico potranno ritrovarsi per ricordarlo nel modo migliore.