Dopo coach Stefano Pillastrini anche il grande vecchio della pallacanestro italiana Bruno Arrigoni (79 anni, attualmente consulente nel consiglio di amministrazione della Pallacanestro Cantù) è stato intervistato da Enrico Schiavina sul Corriere di Bologna. Ecco un estratto delle sue parole.
Perché non produciamo più giocatori?
<Perché i giocatori giovani non portano mai risultati immediati, sono pochissimi gli allenatori che hanno tempo e modo di lavorarci. Forse il solo Pillastrini, in questi anni, ci ha creduto sul serio. Dipende dai progetti dei club: se devi fare risultato, chiaro che sceglierai giocatori già pronti e di giovani non ne produci. È un circolo vizioso, difficile da spezzare>.
A tutti i livelli?
<Dall’Eurolega in giù, passando per la serie A, l’A2 e fino alla B esiste di fatto un circuito di giocatori che ogni anno si muovono da un club all’altro. Sembrano tanti, ma sono come i carri armati di Mussolini, sempre quelli che girano in tondo. Pochissimi saltano da un livello all’altro>.
Protezionismo sì, protezionismo no?
<Obbligare le società a fare cose controvoglia non mi ha mai convinto. Soprattutto quelle formule che prevedono uno o due giocatori sui cinque in campo, tecnicamente sono destabilizzanti. In Europa chi le ha sperimentate è subito tornato indietro. Semmai tornerei ai premi di fine anno, soldi da distribuire in rapporto al minutaggio concesso ai giovani italiani>.
Il problema è sempre quello: formare giovani dà ritorni irrisori.
<Sì, ma è così da quando non c’è più il cartellino e sono passati trent’anni. Oggi ci provano solo pochissimi piccoli club e non le grandi, il concetto andrebbe ribaltato. Lo sappiamo tutti, ma come si fa? Tornando al vincolo? Se uno vuole andare via è giusto che possa farlo, solo che poi ai club non resta niente e siamo daccapo. Una ricetta sicura non esiste, ma il problema sì e bello grosso>.
Lei è nel cda di Cantù, conosce bene Devis Cagnardi.
<Tecnico di valore e ragazzo corretto, che non racconta balle. Poi sarà un’A2 bella tosta. Cantù favorita? Ci proviamo da un po’, prima con i giovani, poi con i veterani e sbattiamo sempre il naso>.
Pianetabasket.com, che ha rilanciato anche questa intervista, ne ha riporta un passaggio in più.
Risorse, affidabilità, gestione. <C’è carenza di risorse. Non mancano né la passione né la voglia di lavorare, mancano i tecnici affidabili, perché oggi un buon allenatore di giovanili fa fatica a arrivare a fine mese, se non allena mille squadre. E poi le stagioni giovanili sono troppo lunghe, non c’è tempo per fare lavoro individuale e chi deve vincere preferisce buttare dentro cinque piccoletti veloci, perché i lunghi all’inizio sono d’impaccio, infatti da noi non maturano mai. I ragazzi più promettenti andrebbero seguiti, anche sul piano personale. Contano molto anche le agenzie: c’è il procuratore che ti indirizza verso i soldi subito e quello che cerca le condizioni per maturare>.
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Il dibattito è aperto, anche se si avvita un po’ su se stesso. Certo non per colpa degl’intervistati, ma per mancanza di politiche chiare federali e societarie. Tra i club c’è chi, neopromosso in serie A2, sfruttava la luxury tax per non schierare under in prima squadra e ora si professa innovatore perché vara una seconda squadra. Vedremo cosa partorirà in proposito la commissione Lba che ha aderito all’idea Fip. Quello sui giovani è un dibattito però sempre più stimolante e futuribile d’interviste, in cui non manca mai un po’ di agiografia di stesso, che individuano nei social la causa di tutti i mali. Nei proprietari benefattori che concedono di vedere basket di serie A su piazza, sempre più scadente a tutti i livelli di club e nazionale. Così al preolimpico in Porto Rico l’Italia ha battuto solo il Barhain e ci mancherebbe altro. Interviste che invitano i critici a investire i soldi che ci mettono i proprietari prima di parlare, con libertà di parola concessa per censo dunque. Infine, esprimono meraviglia per le critiche preventive a scelte fatte. Se il riferimento è a quelle di giocatori, beh in rete non è proprio tutto da buttare. Ci sono anche informazioni, in tempo reale e da tutto il mondo, che ormai non sono competenza esclusiva di chi fa scouting. Benvenuto, dunque, a chi pensa ancora a come coltivare bene il nostro orticello e a proteggere i virgulti, non a rinunciarvi dopo una promozione in A mancata e perché chi ci è andato aveva solo senior in squadra. Salvo poi non salire lo stesso di categoria. Che poi è quel che ammette anche Arrigoni per Cantù: ci ha sbattuto il naso prima con i giovani e poi con i veterani. Almeno con i giovani ci si può riprovare. Anche con gli stessi, senza scomodare i giocatori che girano in tondo come i carri armati di Mussolini. Sempre spiritoso Arrigoni.