Occhialoni spessi, movimenti un po’ goffi, fisico massiccio da 2.08 per oltre 100 chili.
Uno che, se lo incroci per strada, difficilmente pensi stia dominando il March Madness.
E invece lo sta facendo eccome.
A 22 anni, il centro di Saint Louis è diventato uno dei protagonisti del torneo: miglior giocatore della Atlantic 10, leader della squadra per punti e assist, uomo chiave nella vittoria contro Georgia al primo turno.
Ma qual è la cosa più bella?
Lui lo sa benissimo di non essere “da copertina” e per questo si diverte a prendersi in giro da solo con soprannomi geniali:
“Larry Nerd”, “Cream Abdul-Jabbar”, “Milk Chamberlain”… roba che mescola ironia e storia del basket, strizzando l’occhio ai grandi del passato.
Poi però entra in campo… e cambia tutto.
Perché Avila pensa come una guardia, tira da fuori come una guardia, ma, come dicevo, è alto 2.08.
Un giocatore fuori schema, difficile da incasellare, ancora più difficile da fermare.
E intorno a lui sta nascendo qualcosa di raro:
un’energia contagiosa, quasi da culto.
I tifosi lo chiamano a gran voce.
I bambini gli chiedono… gli occhiali.
(Sì, davvero. Non la maglia, proprio gli occhiali.)
E lui resta sempre lo stesso: genuino, autoironico, uno che non si prende troppo sul serio, ma prende il gioco tremendamente sul serio.
<Forse non sono mai stato un fenomeno da giovane… ma non cambierò per fama o soldi>.
In un torneo pieno di fenomeni costruiti in laboratorio, Robbie Avila è un piccolo paradosso vivente: non sembra un campione… finché non lo vedi giocare…! 