La collina del disonore
Raggiunta la cima e piantata la bandierina sulla nostra collina del disonore, cosa resta a Trapani di questa avventura, di questi due anni e rotti vissuti dentro una specie di paradiso artificiale?
Resta la crisi d’astinenza che fa seguito all’uso di droghe, resta la rabbia, la delusione, o che altro? Di fronte a un uomo che commenta il disastro suo e di una città da lui usata come uno zerbino con l’impudenza di paragonarsi a Enzo Tortora, verrebbe voglia di scegliere il silenzio e bottiglie di birra o whisky, secondo i gusti, ubriacarsi e andare a dormire.
Invece qualcosa si è obbligati a dire, perché occorre ricordare che questa è la società che ha usato con cinismo ragazzini per combattere una personalissima battaglia sapendo che sicuramente l’avrebbe persa, questa è la società che già in fin di vita non ha trovato di meglio che inviare una specie di daspo a un tifoso integerrimo che si chiama Ago Isca, questa è la società che prima di esalare l’ultimo respiro ha infangato i tifosi lasciando passare il sospetto che volessero compiere chissà quale atto violento sabato sera, questa è la società che ha di nuovo spedito la squadra Under 19 a giocare la NextGen Cup a Rimini tacendo che in realtà era Milazzo ad andare in campo, non Trapani.
Se gli ultimi atti riassumono il valore di una vita e se queste sono state le ultime azioni del cosiddetto Shark, possiamo dire che a una vita misera, malgrado le vittorie, è seguita una morte giusta.
Eppure questa società è stata seguita, dall’estate del 2023 fino a ieri, con affetto e partecipazione. Affetto e partecipazione che lentamente si sono trasferiti solo sul campo e sui protagonisti, allargandosi di giorno in giorno la trincea fra città e presidente.
Eppure i segnali erano chiari già all’alba dell’impresa: come si fa a dar credito a progetti faraonici in luoghi in cui mancano le basi, ovvero i numeri spiccioli di popolazione e un reddito medio adeguato a far business?
Che ci abbia creduto l’uomo della strada, incantato come un bambino dalla star dorata che non deve chiedere mai e ti promette il paradiso da tutti gli autobus della città se tu ci crederai come lui ci crede, manco fosse un predicatore americano, può starci.
Gli altri, no. Ricordo un giro di interviste della povera Telesud alla gente bene del parterre, tutti a lodare il signor padrone e qualcuno a giurare che tutte le brutte voci che su di lui giravano fossero false e tendenziose. Ne era certo. E poi i social, con i post della gente bene e in carriera o ancora in carriera malgrado tutto, a sottolineare che senza Lui non saremmo niente.
E poi la connivenza politica, l’assessore ad personam, l’opposizione a disposizione perché conviene attaccare il sindaco, il movimento degli scappati di casa con i peones ad applaudire il discorso della “caseria” e i marpioni in terza fila per vedere che succede.
E poi, in fondo alla lista, noi giornalisti, sportivi e non, i dannati della terra. Osservato il tozzo di pane che prometteva di trasformarsi in mirabolanti imprese sportive, la serie A di calcio, lo scudetto del basket con Gallinari e magari l’Eurolega in lussuose cittadelle dello sport, abbiamo azzannato il tozzo di pane rinunciando all’essenza del nostro lavoro.
Eppure non sarebbe stato difficile, se la mia amica Bice Liparoti, che non sa nulla di giornali e tv, ma cresciuta dentro a un palasport, è stata capace di riassumere in un post che sembra un editoriale quel che noi non siamo stati capaci di scrivere o dire o verificare: <Hai infangato la storia della pallacanestro trapanese, una storia che hai sempre disconosciuto e disprezzato, sei riuscito a farci odiare da tutti gli addetti ai lavori, lasci macerie dappertutto>. Ed è un lavoro di demolizione e distruzione di una reputazione collettiva iniziato subito, nel 2023 in A2, mica adesso.
Purtroppo, è difficile separare i ricordi agonisticamente belli, e sono stati tanti, a partire dalla recente vittoria a Milano, dalle pagine becere che affiorano nella memoria qua e là. La parola negata a Sacco e Caja per potersi pavoneggiare davanti ai giornalisti adoranti, gli insulti a un giornalista in conferenza stampa, spalleggiato da un altro giornalista, il video offensivo nei confronti di Torino interpretato da un torinese, gli striscioni allo stadio contro Giacomo Di Girolamo, reputato neanche degno d’essere nominato, la cancellazione della radio e della voce di Nicola Conforti, l’ignobile esonero di Daniele Parente, il licenziamento di Fabio Tartamella, le dimissioni indotte di Stefania Renda, gli insulti sessisti…
Tutto, la star dorata, si è concesso e tutto gli è stato concesso, persino una cittadinanza onoraria negata in vita a un eroe antimafia.
Giunti in cima alla nostra personalissima collina del disonore, si osservano dall’alto i resti di una città che si è lasciata ingannare e calpestare, perché fragile e indifesa, una città in cui ancora non ci si rende conto di ciò che è accaduto e giornalisti incauti dichiarano che <la Federazione ha calcato la mano>.
Una città in cui si parla dei dettagli per evitare il centro del problema: ci hanno cancellato dal mondo del basket. E avevamo una storia nobile, fino a ieri, ma non è servita a salvarci dalla vergogna. Ma ci riproveremo, con l’umiltà che ci contraddistingue, alla faccia della star dorata.