Nei giorni scorsi Area 52, il podcast sulla pallacanestro europea condotto da Alberto Marzagalia e Andrea Soliani, ha ospitato il coach del Galatasaray Gianmarco Pozzecco.
Il “Poz” ha parlato a tutto campo del basket continentale, ma a colpire è stata soprattutto la sua lucida diagnosi sociologica, un intervento di straordinaria attualità. Pozzecco, infatti, non si è limitato a parlare di schemi o di campo, ma ha fotografato perfettamente il malessere della società contemporanea.
<L’obiettivo al Galatasaray è costruire un qualcosa partendo da una identità chiara, rispetto al vivere in un periodo storico dove tutti devono vincere. È un male della nostra epoca: tutti vogliono diventare famosi, essere delle eccellenze perché oggi la natura delle persone è più o meno condizionata da fare grandi cose. Una volta, quando ero piccolo, le persone erano contente di accontentarsi, cioè di avere una vita serena e normale e non pretendevano di diventare quello che non potevano essere>.
È una riflessione profonda di coach Pozzecco, che tocca una delle contraddizioni più dolorose della nostra contemporaneità. Non è solo un’analisi sulla pallacanestro o legata alla gestione del Galatasaray, ma una vera e propria diagnosi sociologica del nostro tempo.
Oggi sembra che una vita “normale” o il semplice fare bene il proprio lavoro senza clamore non siano più sufficienti. I social media e la cultura della performance hanno creato l’illusione che tutti debbano essere straordinari, famosi o costantemente vincenti. Questo sposta il focus dall’essere all’apparire, e dal percorso al risultato immediato.
Quando si parla di costruire un’identità partendo da zero, ci si scontra con l’ansia di un’epoca che non sa più aspettare. Nella pallacanestro come nella vita, si vogliono i frutti senza dare il tempo alle radici di crescere. Chi cerca di costruire un progetto solido viene spesso travolto da chi esige tutto e subito, dimenticando che le grandi identità (societarie, di squadra o personali) si cementano attraverso i passaggi a vuoto e la normalità del lavoro quotidiano.
La nostalgia per quel passato in cui “le persone erano contente di accontentarsi” non è mediocrità, ma consapevolezza dei propri limiti e capacità di godersi il presente. Una volta si accettava la propria dimensione con una serenità che oggi sembra perduta, sostituita da una perenne frustrazione cronica derivata dall’inseguimento di standard irrealistici.
Quello che dice il “Poz” è cercare di dare un’identità al Galatasaray, in questo contesto significa fare una rivoluzione culturale. Significa dire a un ambiente caldissimo e affamato che il successo è il risultato di un processo, non il punto di partenza, e che ritrovare la solidità della “normalità” è l’unico modo per diventare davvero grandi.