Secondo uno studio citato da Il Sole 24 Ore, NBA Europe vale 5,6 miliardi per l’Italia in 10 anni. Lo studio stima inoltre circa 2,3 miliardi di dollari di valore aggiunto al Pil italiano.
I dettagli: https://www.pianetabasket.com/…/quanto-vale-nba-europe…
Nel 2016 vidi per la prima volta una partita NBA dal vivo: New York Knicks contro Cleveland Cavaliers di LeBron James. Era il Madison Square Garden, oltre 18.000 spettatori. Mi impressionarono soprattutto due cose.
La prima, che può sembrare una banalità, fu il rumore delle scarpe dei giocatori sul parquet. Ero seduto in una posizione intermedia, dietro il canestro, e riuscivo a sentire distintamente il cigolio della gomma, le voci dei giocatori, i richiami in campo. Mi sembrava surreale. Ero abituato al fracasso dei nostri palazzetti, dove spesso fai fatica perfino a sentire la voce della persona seduta accanto a te. Per non parlare di alcuni impianti dell’Est Europa, dove la tifoseria è la vera attrazione della partita: coreografie spettacolari, cori incessanti, bandiere, fumogeni, un pathos che accompagna ogni possesso. Un abisso rispetto a quello che stavo vivendo negli Stati Uniti.
La seconda cosa che mi colpì fu l’enorme cubo a LED sospeso sopra il campo. Un concentrato di tecnologia dove venivano proiettate immagini della partita, statistiche, pubblicità, giochi con il pubblico, animazioni e intrattenimento continuo. A un certo punto non sapevo più se guardare la partita sullo schermo, come avrei fatto a casa, oppure abbassare lo sguardo di venti gradi e seguire ciò che accadeva realmente sul parquet.
Dentro questi due aspetti c’è un mondo. C’è un modo completamente diverso di concepire lo sport, di viverlo e di trasmettere la passione per una squadra.
Ci ho riflettuto molto negli anni. Negli Stati Uniti è evidente che lo sport venga vissuto principalmente come un grande spettacolo, un’esperienza di intrattenimento, quasi come andare al cinema. Si va per divertirsi, per assistere a uno show perfettamente organizzato. La rivalità sportiva e il senso di appartenenza esistono, ma hanno un’intensità molto diversa rispetto a quella che conosciamo in Europa.
Allora mi sono chiesto: perché da noi è completamente diverso?
La risposta che mi sono dato è semplice.
La storia.
Basta osservare una cartina geografica. Gli Stati Uniti sono gli Stati Uniti d’America. L’Europa, invece, è composta da 48 Stati, ciascuno con una propria storia, una propria lingua, una propria cultura, spesso millenaria. E dentro ogni Stato esistono città, province, campanili, tradizioni e rivalità che si tramandano da secoli.
Questa enorme ricchezza culturale crea inevitabilmente uno spirito di appartenenza fortissimo. Un orgoglio identitario che si riflette anche nello sport.
Per questo motivo una partita europea non è soltanto una partita.
È un pezzo della tua città.
È un pezzo della tua storia.
È un pezzo della tua identità.
Quando un tifoso europeo entra in un palazzetto non sta semplicemente acquistando un biglietto per assistere a uno spettacolo. Sta difendendo i colori della propria comunità.
Pensiamo a rivalità come Brescia-Milano, Real Madrid-Barcellona, Olympiacos-Panathinaikos o Stella Rossa-Partizan. Non sono nate grazie al basket. Il basket è semplicemente diventato il palcoscenico sul quale si esprimono rivalità storiche, culturali, sociali e territoriali che esistevano già da molto prima.
Negli Stati Uniti accade quasi il contrario. È spesso lo sport ad aver costruito l’identità delle franchigie. E non è raro vedere squadre trasferirsi da una città all’altra cambiando nome, proprietà e mercato. Una cosa che in Europa verrebbe vissuta come la perdita di una parte della propria identità.
Non c’è dubbio che al Madison Square Garden mi sia divertito. Tutto era spettacolare. Il Dio denaro era presente ovunque. Bellissimo l’intervallo con il rapper di fama mondiale, perfetti gli spettacoli durante ogni pausa, incredibile la tecnologia, magnifico il palazzetto.
Ma durante una partita come Knicks-Cavaliers mi aspettavo di respirare passione.
E quella, sinceramente, l’ho trovata poco.
Quando, nei momenti decisivi, il pubblico si limita a seguire un organetto che invita tutti a cantare il classico “Defense! Defense!”, capisci immediatamente la differenza con un palazzetto europeo dove il tifo nasce spontaneamente, senza bisogno che qualcuno lo diriga.
La stessa sensazione l’avevo provata anni prima, nel 1992, assistendo a una partita NFL tra i San Francisco 49ers e i Los Angeles Raiders. Stesso clima. Stesso modo di vivere lo sport. Uno show straordinario, ma con una partecipazione emotiva completamente diversa da quella europea.
Oggi, leggendo dell’ambizioso progetto NBA Europe, è inevitabile chiedersi se questo modello americano possa davvero funzionare nel nostro continente. Secondo lo studio citato nell’articolo, il progetto potrebbe generare per l’Italia un impatto economico di circa 5,6 miliardi di dollari nei primi dieci anni, con Roma e Milano al centro dell’iniziativa.
Lo stesso articolo, però, riconosce che il progetto dovrà confrontarsi con le specificità delle tradizioni europee e con la presenza storica dell’Eurolega.
Ed è proprio qui che, secondo me, si gioca la vera partita.
Puoi costruire il palazzetto più moderno del mondo.
Puoi installare il led wall più spettacolare.
Puoi invitare il cantante più famoso.
Puoi investire miliardi.
Puoi creare uno show perfetto.
Ma c’è una cosa che non puoi comprare.
La storia.
La storia è ciò che trasforma uno spettatore in un tifoso.
La storia è ciò che trasforma una squadra in una comunità.
La storia è ciò che rende una rivalità qualcosa che va oltre il risultato.
L’Europa e i suoi popoli sono impregnati di storia. Lo sono le città, i quartieri, le tradizioni e, inevitabilmente, anche le società sportive.
Per questo il tifo europeo non nasce dal marketing.
Nasce dall’appartenenza.
La NBA probabilmente riuscirà a costruire un grande prodotto anche in Europa. I numeri, il mercato e gli investimenti fanno pensare che il successo economico sia possibile. Ma la vera domanda non è se riuscirà a vendere uno spettacolo.
La vera domanda è un’altra.
Riuscirà a sostituire cento anni di appartenenza?
Perché un business si costruisce con il denaro.
Una tradizione si costruisce con il tempo.
E il tempo, a differenza dei miliardi, non è in vendita.