Lo scorso luglio, Lba ha organizzato al palaDozza un incontro tra gli studenti di un corso della New York University del professor David Hollander (celebre per il suo libro “Come il Basket può salvare il mondo”) e due icone del basket bolognese, Marco Bonamico e Giacomo Galanda. Una delle studentesse, Sofia Prahalis, ne aveva approfittato per scambiare alcune parole con Bonamico e, rimasta profondamente colpita dalla sua recente scomparsa, ha deciso di scrivere una lettera a Elena, la figlia di Marco, che Lba pubblica di seguito in ricordo del “Marine”.
<Mi chiamo Sofia e sono una studentessa magistrale alla NYU.
Volevo scriverti per condividere un piccolo momento che ho vissuto con tuo padre, Marco Bonamico, durante un recente viaggio in Italia organizzato nell’àmbito di un Global Field Intensive.
Il nostro incontro è stato davvero brevissimo, stavamo visitando il palaDozza di Bologna quando lui è venuto a parlare a noi studenti. Eppure, in quel poco tempo, ha lasciato un’impressione fortissima. Aveva un magnetismo silenzioso; l’atmosfera nell’aria è cambiata non appena ha iniziato a parlare. Era brillante, caloroso e si muoveva con una naturalezza sorprendente. Ogni storia era raccontata con un sorriso e, anche senza bisogno di dirlo, era evidente quanto amasse profondamente il gioco della pallacanestro.
Anche se il basket non è mai stato il mio sport, c’era qualcosa nel modo in cui ne parlava che mi ha colpita nel profondo. Parlava con quell’amore e quella luce capaci di far sentire qualcosa, a prescindere dallo sport. Dopo l’incontro, ci siamo trovati a scambiare due parole, solo noi due. È stato un momento breve, spontaneo, del tutto imprevisto. Abbiamo parlato in inglese, che non era la lingua madre di nessuno dei due, eppure la conversazione è scorsa sorprendentemente fluida.
In qualche modo, siamo finiti a parlare della Grecia, una passione che avevamo in comune. Ho nominato una piccola isola, Skopelos – dove ho trascorso molte estati crescendo – e il suo volto si è illuminato. La conosceva benissimo. Mi ha detto che amava andare lì, e anche ad Alonissos, a pescare. Per lui era un’oasi. Ricordo ancora la gioia sul suo viso per quella connessione inaspettata. Mi ha chiesto consigli – dove dormire, dove mangiare – non solo per sé, ma perché voleva portare anche te. Ne parlava con tanta sincerità, come se l’idea di condividere quel luogo di pace con te fosse qualcosa che aspettava con vero entusiasmo.
Anche se abbiamo parlato solo per pochi minuti, quel momento è rimasto e rimarrà nel mio cuore. C’era un qualcosa di così dolce, così autentico nel modo in cui parlava di te e del desiderio di portarti in quel posto speciale.
Non posso certo dire di averlo conosciuto a fondo. Ma posso dire che, in quel breve incontro, mi ha fatta sentire accolta e in qualche modo connessa attraverso uno sport che non praticavo, in una lingua che non era la nostra e su un’isola che amavamo per ragioni diverse.
Ti porgo le mie più sentite condoglianze.
Spero che un giorno tu possa visitare Skopelos e sentirlo anche lì ancora più vicino.
Con affetto
Sofia Prahali>