Questo pomeriggio, nel nostro nuovo partner Birrificio Birra Poretti, è stato presentato alla stampa Olivier Nkamhoua.
Ecco le sue prime parole in biancorosso:
«Sono felice di essere a Varese, una città che ha una grande comunità, un gran ambiente e una grande storia. Voglio utilizzare questa esperienza per migliorarmi individualmente, ma allo stesso tempo voglio aiutare il club a raggiungere i migliori risultati. Da bambino giocavo a calcio, ma non ero bravo. A quel punto ho seguito le orme di mio padre, anch’egli giocatore di basket, sport grazie al quale ha conosciuto mia madre; a 12 anni ho preso in mano il mio primo pallone in un momento in cui in Finlandia non era ancora molto sviluppato. Da allora non l’ho più lasciato. Cosa mi ha spinto a scegliere Varese? Ho parlato con tante persone a cominciare dai gm e il coach, ma una persona importante in questo senso è stato Teemu Rannikko che qui è stato anche capitano e mi ha parlato molto bene del club, della sua cultura e della città. Sono un 4 a tutti gli effetti, un ruolo che esalta le mie doti, ma allo stesso tempo penso di essere molto versatile e quindi di poter ricoprire anche il ruolo di 3 e di 5. L’esperienza all’Europeo è stata incredibile; in un contesto così ci si rende conto delle differenze di categorie e di quanti scalini ci siano per arrivare a certi livelli. Gli esempi più eclatanti di questa cosa sono giocatori come Jokic e Antetokounmpo, giocatori che sono completamente diversi rispetto a quelli che erano quando sono stati draftati dalle rispettive squadre. Coach Kastritis? Le richieste che mi ha fatto sono ragionevoli; il basket è uno sport molto semplice: si può giocare in tanti modi, ma se non si gioca di squadra non si va da nessuna parte. È una di quelle cose su cui stiamo lavorando come gruppo. Al momento siamo tante ottime individualità; siamo come una mano: le singole dita possono essere tutte forti, ma si possono rompere con una leggera pressione. Se invece le stesse dita le chiudi in un pugno allora non si rompono più. Su cosa dovrei migliorare? Su tutto ovviamente, ma se dovessi scegliere una cosa specifica direi la capacità di lettura dei vari momenti della partita».
Fonte: sito ufficio stampa Pallacanestro Varese
Varese, il dilemma Moody
Varese in cerca di sicurezze.
Fonte: la Prealpina a cura di Giuseppe Sciascia
È il giorno delle riflessioni e dei colloqui in casa Openjobmetis dopo la gelata sul raccolto del meno 54 di Varallo Sesia. Lunghissimo il dialogo di mercoledì sera (e notte) fra Ioannis Kastritis e la coppia Zach Sogolow-Maksim Horowitz: il coach greco ha espresso delusione e frustrazione dopo aver visto la sua Varese giocare al contrario rispetto al suo credo agonistico, ancor prima che tecnico. E quindi ieri è stato effettuato un giro di colloqui con i giocatori per capire se davvero credono in quello che stanno facendo: per ora non c’è sentore di interventi sul mercato. Ma se il responso del campo, tra le sedute di allenamento e la partita di domenica contro Reggio Emilia non sarà convincente, si correrà subito ai ripari in modalità “prevenire è meglio che curare”.
IL PROBLEMA – Il reparto dove emergono le criticità più evidenti è quello dei piccoli: sotto canestro Varese non è mai stata al completo (Nkamhoua assente nelle prime 5 amichevoli, Renfro nelle ultime tre). Il sistema difensivo del coach greco prevede cambi sistematici sui blocchi, spedendo i lunghi sul perimetro con gli esterni dentro l’area: la fragilità interna è figlia della poca pressione sulla palla, e della poca energia nelle rotazioni e aiuti per proteggere il ferro quando i lunghi avversari sono marcati dai piccoli. La falcidia dei falli dell’intero parco esterni biancorosso, sia a Desio sia ad Atene e ancora a Varallo Sesia, significa che l’aggressività richiesta è male indirizzata sul campo.
I RIFLESSI E LE ABITUDINI – La cavalleria leggera OJM, in attesa di vedere il fattore Nkamohua ala forte con il ritorno di Renfro, può pagare dividendi solo se la difesa graffia e il ritmo si alza. Ma funziona se tutti i membri del gruppo condividono l’importanza dello sforzo in retroguardia: fu la scintilla decisiva per la missione salvezza delle ultime 11 gare del 2024-2025. La prova di Varallo evidenzia invece che il gruppo attuale non ha ancora sposato la causa del basket “Kastritiano”: i segnali erano stati alterni già in altre amichevoli, il tracollo senza reazione contro Tortona ha instillato nel coach il dubbio sull’effettiva capacità di qualche giocatore di adattarsi alle sue idee e al suo stile di gioco.
IL CASO – Le risposte decisive sull’effettivo “commitment” al “Kastritis Basketball” sono quelle che dovrà dare Stefan Moody. Tornato all’inespressività del Trofeo Lombardia dopo una partita e mezza da protagonista ad Atene. In estate Varese – a partire dal coach – ha scelto con convinzione il 32enne regista come punto di riferimento e leader della squadra. Ma gli chiede un compito diverso da quello che ha sempre interpretato nella sua carriera da globetrotter, vissuta con grande libertà con la palla in mano e un ruolo da primissima punta, lasciando la difesa in second’ordine. Non esattamente quel che chiede il coach greco tra pressione sul play avversario e capacità di muovere velocemente la palla in attacco. Il giocatore non sta vivendo bene la situazione e i suoi tentativi di adeguamento hanno dato esiti controproducenti per entrambi. La domanda espressa ieri nel colloquio è stata diretta: Moody crede ancora in quel che gli viene proposto dallo staff tecnico? Al di là delle parole dovrà dirlo il campo, segnatamente nel test di domenica contro Reggio Emilia. Perchè se chi deve girare le chiavi nel quadro le ha perse prima del via, è meglio un taglio netto senza rancori che trascinarsi situazioni potenzialmente destabilizzanti. Almeno questo insegna l’esperienza del 2024-2025…