Carlito’s Way. Socio fondatore, giocatore, dirigente, allenatore, team manager. Senza dimenticare il ruolo ufficioso, ma fondamentale di “Pastore di anime” come sottolineato dal presidente Tiziano Palumbo. Nella saga ormai quasi trentennale della Dinamo Gorizia non c’è in pratica capitolo cui non abbia partecipato in prima persona Carlo Mantesso. Vero e proprio deus ex machina, memoria storica di questa peculiare società nata nel 1998 da un manipolo di amici sul Monte Sabotino e arrampicatasi fino alla serie B interregionale. Per la prossima stagione, la seconda nella quarta serie nazionale, passerà il testimone come team manager all’ex capitano Siro Braidot, fresco di scarpette appese al chiodo, per dedicarsi in maniera se possibile ancora più intensa all’ennesima avventura della Dinamo.
<Cosa ci tiene uniti e sempre sul pezzo per fare il bene della società? Il piacere di stare assieme – spiega Mantesso – come il primo giorno dalla nascita sul Monte Sabotino della Dinamo. E’ questo forse il principale segreto di un percorso che, se ci voltiamo indietro, ha davvero dell’incredibile. Oggi il mondo va in maniera diversa, è tutto più veloce, tutto in cambiamento. Si fa fatica già a trovare qualcuno che resti allo stesso posto per dieci anni. Figurarsi in tripla cifra come per alcuni di noi. Altro elemento è la passione. Si riesce a fare quando ti innamori di una realtà, di una società e vuoi farla crescere. Dove troviamo ogni anno la motivazione? Diciamo che l’importante è avere un obiettivo da perseguire senza perdere la nostra peculiare identità. Poi anche il fatto di avere ogni stagione dei giocatori nuovi, nonostante dispiaccia per chi va via, perché magari ti ci affezioni, è anche uno stimolo in più>.
Ci sono una data e un traguardo preciso particolarmente significativi per Mantesso nell’epopea della Dinamo: <Questo 7 giugno ricorrevano i 10 anni dal nostro ritorno in serie D. Venivamo da qualche stagione un po’ così, era venuto meno quel “quid” giusto e, se non a rischio, il progetto Dinamo aveva rischiato di affievolirsi e normalizzarsi. In tal senso è doveroso rendere merito a Michele Barocco, Gianni Malfatti e Vittorio Rizzato di avere mantenuto accesa la fiammella e di avere fatto ritrovare entusiasmo a tutto l’ambiente. A cominciare da Tizi (Palumbo, ndr) e dal sottoscritto che a San Giorgio quei play-off li ha vissuti da coach. Mi preme ricordare il gruppo di ragazzi che ha rilanciato la Dinamo e li divido in due gruppi: i giovani Alberto Cian, Federico Bullara, Emanuel Paulin, Marco Bonamico, Gigi Piras, Francesco Patrone, Daniele Lodric e i vecchi Davide Coprez, Thomas Tuzzi, Emanuele Trevisani, Vittorio Rizzato e Stefano Fait. Non è opinione soltanto mia che da quel momento è stato un costante crescendo per la nostra società fino a livelli impensabili. Nel 2017 siamo approdati in C regionale che, lo ammetto, pensavo potesse rappresentare il massimo del nostro progetto. Storia recentissima abbiamo raggiunto la B interregionale. Sempre aggiungendo qualcosa dal punto di vista sia tecnico s ia umano a cominciare da “eccellenze” goriziane come Roberto Bullara, Patrick Nanut, Moruzzi e Braidot. Oltre all’approdo in panchina di Gigi Tomasi che ci ha fatto compiere il definitivo salto di qualità quanto a mentalità. Ma senza la spinta del nuovo ritorno in D del 2015, figlio di un ritrovato entusiasmo, nato anche nel contesto del “Memorial Mocilnik” di Sant’Anna a partire dal 2011, da parte di tutti con ogni probabilità non saremmo qui a programmare il nostro secondo campionato di B>.
Il primo, come previsto, è stato a dir poco intenso: <Tre in uno come certi detersivi… Del resto, più sali di categoria più devi confrontarti con realtà, esterne e interne, diverse e sicuramente più impegnative. Puntavamo a salvarci il prima possibile e a fare una buona figura ai play-in. Obiettivi sportivi raggiunti anche attraverso momenti e situazioni complicate, ma la soddisfazione maggiore per chi vive la Dinamo come una seconda pelle è aver registrato l’attaccamento e l’affetto scattati nei confronti di questa maglia e di questa società da parte dei nuovi arrivati. Non era scontato, trattandosi di ragazzi che avevano già alle spalle esperienze da professionisti, ma alla fine ancora una volta la scintilla è scoccata. Vederli con il passare dei mesi appassionarsi sempre più alla Dinamo e al suo Dna unendosi, non solo virtualmente, ai tanti ex nostri giocatori che tuttora ci seguono è per noi dirigenti un successo nel successo. Perché le strade cestistiche possono dividersi, ma non quelle umane. Troppo romantico? Per una volta concedetemelo… siamo la Dinamo, siamo History of Passion>.