I veri soloni del basket
che su lunghi e tiro da tre
non sparano “cazzate”

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Il pontefice massimo della promozione dell’Apu Udine in serie A, che non citeremo per non personalizzare, il 13 aprile scorso dopo il successo decisivo contro Rimini tra un’intervista a caldo sul parquet del Carnera e un’altra di passaggio in sala stampa, prima di concedersi un salto in televisione, si è lasciato andare, fra l’altro, contro i “soloni” dei lunghi che non sono lunghi, che non si muovono e contro i soloni del tiro da tre punti. Ha voluto dirlo in italiano: <cazzate, tutte cazzate>. Non c’interessa minimamente sapere a quali soloni si riferisse, non ce ne cale proprio. Piuttosto, per evitargli gaffe adesso che frequenterà il salotto buono della pallacanestro italiana tanto agognato, vogliamo dargli una dritta per il suo bene.

Ci sono veri soloni del basket italiano, che ne ha fatto la storia e non la cronaca, i quali dibattono da tempo l’argomento tiro da tre punti e, come sua conseguenza, ruoli e soprattutto gioco spariti. Li capeggia Dan Peterson, coach che in Italia ha trovato l’America e che forse il pontefice massimo, che di pubblicità se ne intende, conosce più per quella di una nota marca di the. Il mitico Dan da anni sulla rosea non fa mistero di essere per l’abolizione del tiro da tre. L’ultima volta che ne ha scritto, relativamente di recente, dice di avere portato dalla sua altri due mostri sacri della pallacanestro nazionale e internazionale quali Bogdan Tanjevic, che il pontefice massimo potrebbe anche incontrare nel derby a Trieste, e Valerio Bianchini. Secondo Peterson il tiro da tre punti ha fatto saltare in primis due ruoli, quelli del play e del pivot intesi come da tradizione, e l’equilibrata distribuzione del gioco fra dentro e fuori area.

Non bastassero i mamma santissima della panchina ci sono fior di campioni del passato che non ci si ritrovano proprio nella pallacanestro di oggi e non la praticano più, nel senso che non frequentano più i palasport. Il neo ottantenne Aldo Ossola, playmaker tutto fosforo e regista classico di un tempo dell’Ignis Varese che faceva tremare il mondo dei canestri, giocherebbe ancora a pallacanestro se non glielo vietasse il medico, ma non nel basket di oggi. Renato Villalta, arrivato da Mestre a scrivere pagine di gloria alla Virtus Bologna e radicatosi a Basket city all’ombra delle due torri Garisenda e degli Asinelli, non va più nè al palaDozza nè a Casalecchio di Reno. Riccardo Pittis, l’ “acciughino” di Olimpia Milano e Benetton Treviso, alla fine delle sue tre vite fa il mental coach anche perché come commentatore di basket in televisione era troppo pane al pane e vino al vino, un pregio secondo noi, ma non secondo tutti.

Rimanendo anche solo al nostro piccolo mondo antico, c’è anche chi giocatore e allenatore nelle minor friulane ora dedito al baskin e andato da poco in pensione ha abiurato. I colleghi di lavoro gli avevano regalato un abbonamento al Carnera la stagione scorsa, non questa, e lui ha rimesso in palio il posto tra i suoi amici prima di non rinnovarlo anche per il 2024-2025 perché non gli piaceva assistere a gare di tiro da tre punti. Insomma, i gusti sono gusti e si può tranquillamente vivere anche senza abbonamento Apu.

Pontefice massimo, ci dia retta: eviti gaffe al piano di sopra. Magari ogni tanto, o anche più spesso, ritorni a contare piastrelle in piscina. Anche perché dev’essere brava la sua signora, che il basket l’ha praticato, a continuare a sentirselo spiegare da un agile terzino nella pallanuoto a Pescara.

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