Nella mia presentazione dell’Apu Udine di coach Matteo Boniciolli, pubblicata su questo blog in previsione dell’inizio della serie A2, avevo precisato che non mi piace come si gioca in attacco sui nostri campi, e non solo in riferimento all’A2, specificandone le ragioni tecnico-tattiche che rendono il gioco statico, prevedibile e infine noioso. Lorenzo Bettarini, già grande play di Udine degli anni dal 1984 al 1992, in un post di commento in cui condivideva totalmente la mia analisi, mi dava una sua chiave di lettura precisando che il problema maggiore starebbe nella bassa qualità dei giocatori attuali in confronto con quelli dei decenni trascorsi. Ho approfondito il tema cercando possibili elementi oggettivi a supporto di tali conclusioni, soprattutto con riferimento ai giocatori stranieri.
Partiamo dal lontano 1965, quando la Federazione italiana pallacanestro ha permesso di tesserare, di nuovo, giocatori provenienti da campionati esteri: uno per squadra. Sono cresciuti a due nella stagione 1977-1978. L’anno prima ci fu l’esperimento di uno straniero assieme a un oriundo arrivando nel corso degli anni, anche a seguito dell’introduzione della legge Bosman, alla formula attuale di 5+5 (cinque italiani e altrettanti stranieri), aumentabili dietro il pagamento di una tassa a 6+6. Il tutto al fine di migliorare la qualità e la spettacolarità del gioco, onde attrarre nuovi sponsor e una maggiore attenzione dai media e dalla televisione. Anche nella serie A2, creata nel 1974, si è passati da uno straniero dell’inizio ai due consentiti oggi.
Grazie a ciò negli anni abbiamo potuto ammirare campioni quali Bob McAdoo e George Gervin, entrambi inseriti di recente tra i migliori 76 giocatori nella storia della Nba, o cecchini infallibili quali Bob Morse e Oscar Schmidt, rispettivamente a Varese e Caserta, o Joe Barry Carroll, prima scelta assoluta nel draft Nba del 1980. Cose impensabili ai giorni nostri, ma indicativo di come l’Italia, negli anni dal 1970 a tutti i Novanta, fosse la prima alternativa cercata dai giocatori Usa, che non trovavano spazio in patria.
L’elenco dei grandi “players” passati da noi sarebbe lunghissimo. Mi limito ad alcuni nomi restati nella memoria di tutti gli appassionati friulani a cominciare dal primo straniero della Snaidero, Joe Allen (anni dal 1968 al 1971), passando per Drazen Dalipagic, tre volte miglior giocatore europeo e inserito nella Naismith Hall of Fame a Springfield, e il folletto Larry Wright, campione Nba con Washington, per finire con il “ragno nero” Charlie Smith, uno dei giocatori più eleganti mai visti sui nostri campi.
Oggi qual è il valore tecnico dei giocatori stranieri presenti nei rosters italiani? Migliorano effettivamente la qualità del gioco rendendolo più spettacolare o, viceversa, sono solo un’aggiunta a basso prezzo, magari fatta per risparmiare rispetto al costo di un giocatore italiano? Per quanto visto nelle prime partite del campionato dell’Apu, e perfettamente sintetizzato sul blog da Valerio Morelli in un articolo intitolato “A2 campionato de-americanizzato”, che invito tutti a leggere, direi che la qualità non sia eccelsa, in certi casi anche scadente. Anzi, credo che facendo un confronto con i rosters del 2011-2012 – per non andare troppo indietro – dello stesso campionato il calo qualitativo risulti evidente, anche solo valutando la provenienza dei singoli giocatori stranieri.
Nessuno è arrivato dalla Nba. Solo uno è uscito quest’anno dalla Ncaa, tra l’altro da un college non di prima fascia. Mancano totalmente quelli provenienti da squadre partecipanti alle maggiori coppe, Eurolega ed Eurocup. Nemmeno arrivano dai maggiori campionati europei quali Spagna, Russia o Grecia con solo quattro eccezioni: uno dalla Turchia, due dalla Francia e uno dalla Germania. Invece, sono numerosi quelli che calcavano i parquet di campionati “minori” quali Belgio, Olanda, Ucraina, Polonia, Ungheria, Svezia, Danimarca, Portogallo, Bosnia e Kosovo perfino da Cipro e dall’Islanda. Senza dimenticare, infine, stranieri che arrivano in Italia fermi da uno o più anni.
A confronto, dieci anni fa, potevamo contare su un giocatore che arrivava direttamente dalla Nba, per la cronaca Mario West a Verona, oltre a cinque da università di grande nome: St. John’s, Georgetown, Penn State, St. Mary’s e Uab, che tra l’altro sono risultati a fine stagione tra i capocannonieri del campionato.
Altro dato che emerge dal confronto con il 2011-2012 riguarda i giocatori stranieri confermati dalle rispettive squadre. Erano 7 su 30 (il campionato era di 15 squadre) contro uno solo su 56 di quest’anno, un ricambio del quasi 100% che indica o l’impossibilità di trattenere il giocatore da parte delle società (per maggiori richieste economiche dello stesso o riduzione del budget a disposizione) o che il giocatore medesimo non ha soddisfatto dal punto di vista tecnico le aspettative del club.
Credo che il raffronto riguardante la provenienza dei giocatori stranieri possa rappresentare un efficace indice sulla qualità del singolo. E’ palese che se uno ha giocato nella Nba o in club europei di Eurolega o Eurocup, quali per esempio Real Madrid, Barcellona, Cska Mosca o Efes Istanbul, squadra turca campione in carica di Eurolega, la sua qualità risulterà certo superiore a quella di chi ha giocato a Cipro o in Islanda.
Quanto verificato per l’A2 è constatabile anche per la A dove, a eccezione delle squadre con budget consistenti su tutte Milano, Virtus Bologna e Venezia, le altre scontano l’impossibilità di recitare da protagoniste in un mercato sempre più complesso e difficile. Negli ultimi anni si è ridotta la disponibilità di giocatori di qualità per le squadre europee soprattutto a opera della stessa Nba che, dal 2017, ha introdotto nuove figure contrattuali denominate rispettivamente Two-Way (Nico Mannion aveva questo tipo di contratto) ed Exhibit10, sottraendo ogni anno al mercato non meno di 120-160 giocatori.
Inoltre, dobbiamo aggiungere la concorrenza sempre più aggressiva delle squadre dei paesi asiatici emergenti con la Cina in testa, ma anche il Giappone, la Sud Corea e ai quali aggiungo l’Australia. Nasce da ciò una riflessione: abbiamo ancora bisogno di un numero così elevato di stranieri se non riescono più a produrre il miglioramento del livello qualitativo del gioco che era alla base della loro introduzione e del loro progressivo aumento di numero? Ciò dato che si diceva non esserci abbastanza giocatori italiani a garantirlo, mentre forse era ed è l’incapacità del sistema a sviluppare talenti che invece ci sono come hanno dimostrato Simone Fontecchio, Achille Polonara e Nicolò Melli, i quali hanno dovuto giocare all’estero per dimostrare tutte le loro qualità. Forse all’estero sanno creare giocatori molto più di quanto sappiamo fare noi.
Ritengo necessario per il basket italiano riconsiderare profondamente tutto il format dei campionati di vertice a partire dal numero delle squadre, dal contributo e dalla funzione degli stranieri, dai campi da gioco e da molti altri aspetti a questi connessi. Risulta non più credibile un’A2 a 28 squadre, con partite in cui la differenza di valori in molti casi è imbarazzante, frutto di un ampliamento (nel primo anno addirittura le squadre erano 32 suddivise in due gironi Gold e Silver) voluto solo per chiare motivazioni “politiche” interne alla Fip e/o alla Lega nazionale pallacanestro.
Il basket italiano non deve valutare la qualificazione all’Olimpiade di Tokyo, conquistata dopo 17 anni dalla truppa del ct Meo Sacchetti con l’impresa di Belgrado, come la fotografia di uno sport in salute. Anzi, il basket vive un momento molto difficile e delicato, accentuato purtroppo dall’emergenza Covid, come testimonia la crisi nei campionati giovanili o nel minibasket, pure nella nostra regione. Se in Friuli Venezia Giulia la categoria under 13 di eccellenza non è disputata per mancanza di iscrizioni (una sola società l’aveva presentata), se il minibasket registra in tutte le provincie un calo consistente nei praticanti e nel numero di società, per il basket non c’è futuro.
Per natura sono un ottimista, ma c’è bisogno di una “sveglia” ricominciando dalla base: il minibasket, la promozione nelle scuole, lo sviluppo di settori giovanili, la preparazione degli allenatori e il loro costante aggiornamento, le possibili sinergie tra società per superare i problemi nei “numeri” degli atleti al fine di ricreare campionati giovanili credibili, promuovere il prodotto basket a tutti i livelli. E’ solo un piccolo elenco delle cose da fare per riportare in Italia il “nostro” sport al posto che gli spetta di diritto.
(Nella foto di copertina su licenza Wikimedia Commons, Charlie Smith all’Efes campione di Turchia)
Come ho riferito di persona ad Illie , condivido il suo pensiero.
Il ” prodotto basket ” deve essere promosso e pubblicizzato a tutti i livelli per essere maggiormente attrattivo e quindi poter riscontrare adesioni numericamente adeguate .
Peccato che , per esempio , il nostro quotidiano di riferimento in provincia di Udine non pubblica ormai da tempo alcuna notizia per tutti i campionati delle cosiddette ” minors ” !! …… e spesso nemmeno risultati e classifiche .
Per tutte le società è dura reperire atleti , risorse , sponsor , senza alcuna visibilità e ritorno , almeno parziale di immagine ed interesse.
Se è importante solo il vertice e le serie maggiori alla fine la base ( da dove iniziano tutti i giocatori , allenatori , dirigenti ) finirà per implodere .
A mio avviso la Federazione dovrebbe intervenire ” da subito ” anche su questo aspetto di promozione dell’attività dei campionati giovanili e di quelli cosiddetti minori , ora spesso gestiti da qualcuno in modalità ” autoreferenziale ” .
Un saluto
GF
I nomi dei giocatori sopra indicati sono solamente una piccola parte di stranieri straordinari venuti in Italia e non solo dagli Usa. Dovendone tesserare solo due era evidente che la scelta era più mirata, il costo non veniva suddiviso per 6 o 7 giocatori, quindi si sceglieva con maggior raziocinio. Ricordiamo, ad esempio, che uno come Kea oggi sarebbe una star. Vi dicono niente Kukoc, Bryant, Haywood, Divac e i molti altri che io ho avuto modo di arbitrare e molti di voi di ammirare. Illie ha pienamente ragione