Quando l’arbitro
servì l’attaccante

Pubblicato da

di Fausto Deganutti

 

 

 

 

Gli inizi arbitrali furono la parte più vera della nostra carriera. La scalata fino alla serie A era, e lo sarà sempre, un obiettivo da raggiungere per ogni arbitro così per come ogni giocatore e come anche in tutte le altre vicende della vita. Se non lo raggiungi pazienza, l’importante è avercela messa tutta. Nel cercare di ottenere questi risultati si verificano sempre delle situazioni o si creano degli aneddoti che non dimenticherai mai.

Per fare le ossa gli arbitri implumi venivano mandati, alle volte anche in solitaria, ad arbitrare in Prima divisione che all’epoca, rispetto ad oggi, era una specie di Champions. I campi più infiammati erano quelli di Cervignano, Tricesimo, San Daniele e qualcun altro. Le partite si giocavano all’aperto su “parquet” in cemento, dove si scivolava come al palaghiaccio, oppure in asfalto, dove se scivolavi ci rimettevi qualche centimetro di pelle. Naturalmente gli spogliatoi non esistevano, per cambiarsi si usava la canonica del prete, come a Muzzana, oppure qualche bar nei dintorni. In questo ultimo caso ti dovevi portare in borsa tutti gli indumenti, perché non sapevi mai come finiva la festa.

Una domenica mattina, in pieno mese di gennaio, vengo designato a Cervignano con il collega Carlo Appiotti. Quest’ultimo rimase nei ranghi per non molti anni, perché avviato a una brillantissima carriera forense e di attento politico fino ad arrivare alla presidenza della Cassa di Risparmio di Udine e Pordenone.

La notte prima della partita nevicò abbondantemente e, quando arrivammo sul campo, i giocatori delle due squadre erano impegnati nello spazzolamento del “parquet” con delle vecchie scope di saggina e stracci recuperati chissà dove. Faceva freddo, era inevitabile. Il nostro abbigliamento un po’ ci proteggeva, vista la maglia arbitrale in crespato siberiano di cuoi eravamo dotati. Non aiutava invece quello succinto e leggero dei cestisti che, tra le altre cose, dovevano vedersela con una “pallonessa” umida e piena d’acqua.

Ad un certo punto un giocatore fece un lancio per un contropiede, ma la palla gli sfuggì di mano e stava per andare fuori oltre la linea lunga del terreno di gioco. Carlo in campo era un ragionatore “statico”, lo scatto non era la sua arma migliore. Vista la situazione, prese al volo la palla e la consegnò all’attaccante che segnò regolarmente il canestro.

Per fortuna il punteggio non era punto a punto, ma ugualmente abbiamo corso il rischio che si scatenasse una rissa furiosa. Il buon Carlo si giustificò: “Cosa facevo, mi faceva pena che la palla uscisse”. Insegnamento di buona educazione.

(Nella foto sotto la firma, Deganutti mentre arbitra Walter Davis dei Suns al Carnera)

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