Una ricercatrice alla Sincrotrone:
Trieste città della scienza
perché non del basket?

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Riceviamo e pubblichiamo con grande piacere:

Buongiorno Baldini e Freni,
sono una ricercatrice genovese, triestina d’adozione, da 20 anni alla Sincrotrone Trieste e da un po’ meno tifosa della Pallacanestro Trieste grazie a un figlio baskettaro.
Mi permetto di scrivervi per condividere con voi una prospettiva che potrebbe arricchire le vostre riflessioni e il dibattito in corso.
Trieste è universalmente riconosciuta come “città della scienza” perché conta oltre 30 ricercatori ogni 1000 abitanti, una delle concentrazioni più alte d’Europa (a fronte di una media italiana di circa 5 su 1000 e dei paesi europei più avanzati di circa 10–15 su 1000).
Un primato di cui si fanno giustamente vanto non solo gli scienziati, ma anche le istituzioni locali e nazionali, fino ai ministri, che citano Trieste come esempio e fiore all’occhiello in Italia e nel mondo.
Se leggiamo in parallelo il dato sportivo, emerge un’analogia interessante: i 6.000 tifosi del palazzetto corrispondono anch’essi a circa 30 appassionati ogni 1000 abitanti (senza considerare chi segue la Pallacanestro Trieste da casa e che, verosimilmente, raddoppia o più il bacino di interesse).
Nel confronto con le altre città, italiane e europee, Trieste emerge come un outlier assoluto sia per storia che per densità di pubblico con cultura cestistica profondamente radicata.
È chiaro che non viviamo nel mondo dei balocchi, che gli imprenditori cercano legittimamente un ritorno e che il sistema dev’essere in qualche modo sostenibile.
Ma i numeri ci sono e sono solidi: Trieste è a tutti gli effetti una città del basket. E la Pallacanestro Trieste non è solo una squadra, ma identità, comunità e un fattore concreto di impatto sull’immagine della città, sulla coesione sociale, sull’economia locale e sulle nuove generazioni. E’ un punto di riferimento educativo e sportivo, è sogno, motivazione, esempio.
Se il basket a Trieste si indebolisce, ci perde tutta la città.
E questo è un fatto che le istituzioni locali e nazionali, il ministro per lo sport e i giovani, la FIP, la LBA e, mi permetto di aggiungere, anche gli imprenditori (a partire da quelli con utili multimiliardari che del nome di Trieste si fanno lustro) non possono permettersi di ignorare.
TUTTO QUESTO NON PUO’ FINIRE, #I am part of it.
Laura Badano

2 risposte a “Lettera di una ricercatrice: Trieste “città della scienza” riconosciuta in Italia e nel mondo. Perchè non il basket?”

  1. Avatar Ruggero Collina
    Ruggero Collina

    Come la ricercatrice ben sa, il suo settore a Trieste è un buon successo perché si basa su una solida struttura di capitali ed un sano modello di conto economico. Nel mondo dello sport di squadra in Europa i sani modelli di conto economico sono pochi, in Italia ancora meno, ed i tentativi in tal senso non sempre capiti ed apprezzati. C’è bisogno quindi di continue iniezioni di capitali che di volta in volta sono di proprietà e/o di sponsorizzazione. A Trieste di passione per il basket ce n’è tradizionalmente molta, di capitali — vuoi di proprietà o di sponsorizzazione — pochi. Le realtà capaci degli investimenti delle dimensioni necessarie e con una certa continuità sono poche, e per quelle poche raramente il basket è un volano d’immagine compatibile con il modello di business. Ci sono stati nel recente passato casi di grandi aziende più o meno locali o radicate sul territorio che per un periodo hanno accompagnato la Pallacanestro Trieste, ma si è trattato sempre di episodi dove la sponsorizzazione o la proprietà era legata ad occasioni di opportunità transitoria. La domanda sottostante rimane aperta: esiste oggi un soggetto locale per cui il basket sia un volano identitario coerente con il proprio modello di business a lungo termine? Realtà come il Porto Franco, Fincantieri, o l’ecosistema logistico-portuale potrebbero in teoria rispondere diversamente se la narrativa giusta — Trieste città europea, gateway mediterraneo e mitteleuropeo — venisse costruita con coerenza. La risposta storica è stata no. Che lo rimanga è una scelta, non un destino. Chiaramente non c’è sul territorio triestino l’infrastruttura economica che ha fatto nascere e proliferare un fenomeno mondiale come l’Imoco Volley. Ma vale la pena precisare: Imoco non nasce dalla generica densità economica del Trevigiano, bensì da una famiglia imprenditoriale specifica con una visione di brand building territoriale precisa e coerente nel tempo. Conegliano e Treviso sono realtà vicine geograficamente, ma anni luce da Trieste su questo piano. Da anni quindi la Pallacanestro Trieste è sopravvissuta più o meno in forma con “cerotti” venuti da fuori e attaccati per le motivazioni più varie, ma sempre temporanei e mai strutturali. Al di là di petizioni ed appelli generici la domanda quindi è: ci sono questi capitali legati al territorio che diano continuità? Altrimenti, ci sono modelli alternativi legati ai tifosi, alla politica, alle istituzioni che garantiscano una dignitosa continuità nella massima serie? Alla prima domanda, a dati di fatto dell’ultimo ventennio, mi viene da rispondere no. Alla seconda mi viene da pensare che parliamo di circa 1.000 euro a stagione per ciascun tifoso regolare, di 25 euro a stagione per ogni contribuente dell’area di competenza. Sono cifre politicamente gestibili, ma richiedono una volontà istituzionale che in Italia si manifesta quasi sempre in forma di sussidio una tantum, non di meccanismo strutturale. E qui sta il nodo: i 25 euro non bastano da soli, serve chi costruisce il meccanismo. I modelli di membership — cooperative sportive, fondazioni con soci — hanno dato risultati in contesti nordeuropei proprio perché il tifoso si percepisce membro, non spettatore. In Italia, e nel basket italiano in particolare, questo salto culturale è ancora tutto da compiere. Si potrebbe cominciare da Trieste.

  2. Avatar dutifully589e2c5b28
    dutifully589e2c5b28

    🥰🥰🥰

Fonte: cinquealto.com

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