Mike D’Antoni, figura storica del basket italiano, è stato intervistato da Roberto De Ponti sul “Corriere della Sera” a proposito della sua recente ammissione nella Hall of Fame. Le parole del giocatore e coach americano in merito a questo grande traguardo: <Sono onorato, e riconoscente verso le persone, tantissime, che mi hanno aiutato ad arrivare fin qui: i giocatori, gli allenatori, i dirigenti con cui ho avuto a che fare. Quello che mi ha dato l’Italia in 21 anni non posso nemmeno misurarlo, è stato fondamentale>. Parole al miele per l’Italia e per Milano, con cui negli anni ’80 si affermò diventando uno dei playmaker più vincenti e amati: <Milano è la mia città. È amore vero. Milano mi ha accolto come un figlio. A Milano ho conosciuto mia moglie Laurel, nostro figlio è nato alla Macedonio Melloni>. Sicuramente a rafforzare questo amore sono stati i legami che è riuscito a stringere in quegli anni, soprattutto con i suoi ex compagni di squadra, ma non solo: <Con Bob McAdoo, Meneghin, Premier, Boselli e coach Dan Peterson dopo ogni partita eravamo tutti assieme a cena e si cementava l’amicizia. Le vittorie nascevano lì. Anche Treviso, per certi versi, era simile: ci trovavamo alla Ghirada e facevamo gruppo>.
Riguardo l’evoluzione del basket, in questi ultimi anni, esprime un parere lucido: <Il basket è diverso, i giocatori sono diversi. Tutto si è evoluto: ci sono più talenti, fisici migliori… Meglio? Peggio? Io credo che il basket sia andato avanti>, e sicuramente lui, nel suo primo anno da coach dell’Olimpia Milano, ha contribuito a questo cambiamento: <Avevamo perso sei partite di fila, mi sono detto: qui devo cambiare tutto. Ho pensato che avremmo dovuto velocizzare il gioco, andare più spesso al tiro, allargare gli spazi. Avevo giocatori adatti come Sasha Djordjevic, Antonio Davis, Pittis, Ambrassa, Riva, Pessina… Ne abbiamo vinte 21 su 22>.
Insomma, una carriera leggendaria e da visionario che gli ha permesso di ottenere il giusto riconoscimento entrando a far parte della James Naismith Hall of Fame.
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