Ci ha lasciato anche Nino Cescutti, purtroppo siamo a salutare dopo Tonino Zorzi e Tullio Tomba un altro glorioso giocatore della generazione over 80. Di famiglia carnica, Nino era fratello minore di Manlio, figura polivalente dello sport udinese (docente di educazione fisica, gestore di un negozio di articoli sportivi, manager di società di basket) degli anni ’50 e ’60 dello scorso secolo. Naturale che si avvicinasse allo sport, favorito da una struttura atletica di primo livello. Lo ricordo sulla pista di atletica dello stadio Moretti dominatore dei 100 metri, con una irresistibile progressione nella seconda metà gara, ai campionati studenteschi di atletica del 1958 in cui rappresentava l’Istituto tecnico Zanon sezione ragioneria. Avrebbe sicuramente ottenuto brillanti risultati sia nella velocità sia nei salti (lungo e triplo) se avesse deciso d’impegnarsi a fondo, ma il fratello lo convinse a dedicarsi al basket.
Qui abbinava alla poderosa struttura atletica anche uno straordinario fiuto del canestro, fatto sia di chirurgica precisione nel tiro da fuori sia di un incredibile repertorio di funamboliche, acrobatiche conclusioni. Messe insieme, queste doti ne facevano di gran lunga il migliore attaccante italiano. In compenso non amava faticare in difesa, limitandosi al minimo sindacale di qualche palla rubata con destrezza e spesso convertita in fulminanti contropiede. La sua carriera fu folgorante. Rivelatosi in un campionato minore con il Rfu, fu adocchiato da Cesare Rubini che lo acquistò nell’estate del 1957 per la sua Olimpia Simmenthal Milano, fresca di scudetto, lasciandolo però ancora per un anno a concludere gli studi e a maturare cestisticamente alla Ginnastica Stock Trieste sempre nella massima serie.
Nel 1958-’59 Nino approda a Milano e contribuisce da sesto uomo, non ancora ventenne, al terzo scudetto consecutivo dell’Olimpia: il quintetto base è formato da Pieri, Riminucci, Gamba, Sardagna e Tillotson. Ma Nino non s’integra perfettamente e Rubini decide di cederlo a Pesaro dove si ferma per tre anni di grandissime soddisfazioni. Nel 1959-’60 Pesaro è buona quarta dopo le tre grandi Olimpia Simmentahl Milano, Virtus Oransoda Bologna e Ignis Varese e Nino è capocannoniere con 531 punti in 22 partite, precedendo altri due genuini prodotti del basket regionale quali il portogruarese Gavagnin (Ginnastica Stock Trieste) e il goriziano Tonino Zorzi (Ignis Varese).
E’ proprio nella tarda primavera del 1960 che lo vidi per la prima volta giocare contro l’Apu in un’amichevole di preparazione agli spareggi che la squadra di Udine doveva affrontare per accedere alla prima serie. Gli sparring partner, condotti in panchina proprio da Manlio Cescutti, riunivano una selezione di giocatori udinesi militanti in varie formazioni non solo locali; Nino ne era ovviamente la stella. Di quella partita ho ricordi indelebili. Dopo avere rubato palla, Nino si lanciò in contropiede solitario, iniziando il terzo tempo appena oltrepassata la metà campo e facendo l’ultimo passo (un vero e proprio balzo felino) all’altezza della linea del tiro libero, concludendo l’azione con il deposito del pallone nel canestro: sintesi straordinaria di doti atletiche e coordinamento motorio. Si divertì anche a bombardare dall’angolo la zona udinese con un tiro in elevazione molto coordinato e che centrava invariabilmente il canestro con una perfetta, dolcissima parabola che sfiorava appena la retina.
Qualche anno più tardi avrei sperimentato personalmente anche la sua abilità nel realizzare canestri da fuori area con tiri effettuati prendendo il pallone da sotto con una mano e rilasciandolo con una rotazione che generava una parabola vincente. Se non l’avessi visto di persona non avrei potuto credere al racconto di una tale vera e propria magia, che Nino si divertiva a proporre ai più giovani nei minuti di riscaldamento all’inizio dell’allenamento.
Nei due anni successivi Nino fu ancora, sempre a Pesaro, ai vertici della classifica cannonieri: terzo nel 1960-’61 con 492 punti dopo Vittori (Olimpia Milano 509) e Bonetto (Petrarca Padova 494) e di nuovo primo nel 1961-’62 con 529 punti, nettamente davanti a Lombardi (Virtus Bologna 453) e Bonetto (Padova 451). Ormai maturo per tornare in squadre di vertice, Nino passò all’Ignis Varese dove avrebbe giocato nei successivi cinque campionati (dal 1962-’63 al 1966-’67) ottenendo, da stabile pedina del quintetto base, quattro secondi posti (sempre dietro l’Olimpia Simmentahl) e uno scudetto (il suo secondo complessivo nel 1963-’64) e fregiandosi anche di una coppa delle Coppe (1966-’67) e di una coppa Intercontinentale (1966).
Dal 1962 al 1965 è stato trenta volte nazionale, pur rammaricandosi di uno scarso feeling con l’allora capoallenatore Nello Paratore, che gli preferiva nel ruolo di ala “piccola” Lombardi e Vittori. In particolare partecipò al Mondiale del 1963 e agli Europei del 1963 e del 1965. Nel 1967-’68 il ritorno a Udine per concretizzare finalmente con l’Apu Snaidero la promozione alla massima serie. Nino è ovviamente il migliore realizzatore della squadra marcando 377 punti in 20 presenze, sistematicamente (18 volte su 20) in doppia cifra e sette volte oltre i 20 punti con un high di 36. Nelle tre partite per il platonico titolo di campione d’Italia della seconda serie contro la vincente, Ramazzotti Roma, dell’altro girone contribuisce a raggiungere l’obiettivo realizzando 55 punti (17-20-18) e risultando ancora l’attaccante più prolifico delle due squadre. Sarà ovviamente riconfermato negli anni successivi, contribuendo a difendere la categoria, cosa a quei tempi non facile per una neopromossa, anche se gli anni passano e il peso di una lunga carriera incomincia a farsi sentire.
Sono comunque 232 punti nel 1968-’69, 214 nel 1969-’70 e infine 136 nel 1970-’71. Al termine della stagione, appende le scarpette al chiodo ricoprendo il ruolo di assistente allenatore di Boris Kristancic. E continuerà ad allenare negli anni seguenti con alterne vicende anche in formazioni giovanili a Udine e non soltanto. Il suo migliore risultato in panchina sarà uno scudetto in Svizzera con il Federale Lugano nel 1974-’75. Terminata la vita cestistica, ultimamente era tornato nella sua amata Carnia dove organizzava qualche rimpatriata con i grandi amici Vittori, Flaborea, Paschini e Dorigo. Sempre orgoglioso, ma simpatico e pronto alla battuta. Possiamo dire che è stato con Gek Galanda e Giampiero Savio uno dei tre massimi talenti espressi dal basket udinese, ma senza dubbio il più grande attaccante friulano, e forse italiano, di ogni tempo.