L’ex NBA ha fatto causa alle Chicago Sky, sostenendo che la sua rimozione dal campo violi i suoi diritti sanciti dal Primo Emendamento.
«Solo biologia, ci vediamo in tribunale»: Kanter ha fatto causa a una squadra WNBA
La crociata di Enes Kanter non si ferma. L’ex NBA continua a sostenere con forza la sua volontà di giocare nella WNBA, ribadendo in ogni intervento pubblico che si identifica come donna e che non ha alcuna intenzione di fare passi indietro, nonostante le critiche e le reazioni negative che accompagnano ogni sua dichiarazione.
Dopo la recente espulsione dal palazzetto delle Chicago Sky e la lettera con cui chiedeva spiegazioni alla dirigenza, Kanter ha deciso di andare oltre: ha presentato una causa federale contro il franchise, sostenendo che la sua rimozione dal campo violi i suoi diritti sanciti dal Primo Emendamento.
L’ex centro afferma di non voler rinunciare alla libertà di parola e insiste sul fatto che nessuno è obbligato a condividere le sue idee, ma nemmeno autorizzato a zittirlo.
Ecco la sua posizione, riportata integralmente:
«Ci vediamo in tribunale! Ho appena presentato una causa federale. Sto intraprendendo azioni legali per la mia rimozione dalla partita delle Chicago Sky, mentre esercitavo pacificamente i miei diritti derivanti dal Primo Emendamento. La mia maglietta ha fatto ciò che, a quanto pare, l’intera WNBA non è riuscita a fare: definire cosa è una donna.
Nessuna minaccia. Nessuna violenza. Solo biologia. Eppure, è stato necessario che la sicurezza mi accompagnasse fuori dal palazzetto. Non è necessario che siate d’accordo con ciò che dico, ma non avete il diritto di zittirmi per questo. Non mi farò intimidire. Non sarò messo a tacere. Continuerò a difendere le donne e la libertà di parola».
Kanter, dunque, porta la sua battaglia su un terreno ancora più complesso, convinto che la sua causa rappresenti una questione di principio. La vicenda, già esplosiva, promette di accendere ulteriormente il dibattito attorno ai confini del diritto di espressione e alle politiche della WNBA. Certo che l’argomentare sul presunto diritto di poter essere considerato donna e giocare nella Lega è una posizione forzata per cercare pubblicità a se stessi.