Matassi manager
intellettuale e ultras
ritrova il suo Buce Zanutel

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Ci ha lasciato Mario Matassi, icona del basket cervignanese. Personalità polivalente, aveva tre anime distinte. La prima grande manager cestistico; la seconda intellettuale colto e raffinato; la terza ultras capopopolo minaccioso e intimidatorio non solo a parole quando riteneva fosse utile alla causa.

Come manager riuscì, a partire dalla metà degli anni ’60, a trasformare una piazza cestisticamente anonima, anche se in grado di esprimere talenti di un certo rilievo anche nelle serie superiori come Musetti, Raza e Della Giusta (più noto come “Neri”), in una società, l’ABC Cervignano, in grado di competere nel settore giovanile con le grandi realtà di Udine, Gorizia, Trieste e Pordenone e con la prima squadra accedere ai
livelli delle migliori società regionali al di fuori dei capoluoghi provinciali. In particolare vincendo il campionato di Prima divisione provinciale nel 1968 portò la prima squadra in Promozione, dove ebbe stabile collocazione negli anni successivi con qualche puntata anche più ambiziosa in categorie superiori interregionali.

Ma fu nel settore giovanile che, individuato in Iemmolo un giovane coach di grande potenziale, ottenne risultati sbalorditivi. Nel 1969-’70 la squadra ragazzi classe 1957 campione regionale, vinse anche la fase interregionale ed ebbe accesso alla finale nazionale a 8. Elementi di spicco Piero Cirillo, i cugini Andrea e Daniele Tomat, Pietro Paviotti futuro sindaco e poi consigliere regionale e Gianni Zanutel che sarebbe poi diventato il giocatore di maggior spicco. Quel gruppo si riconfermò campione regionale nel 1970-’71 sconfiggendo in un tiratissimo spareggio la squadra ragazzi dell’APU, guidata in quell’anno da Sandro Francovich, mio fidatissimo assistente di quel periodo snaiderino. Nei primi anni ’70 Cervignano avrebbe continuato a mantenersi nell’eccellenza regionale; avrebbe raggiunto nel 1972-’73 la finale regionale cadetti a 6 con APU, Libertas Udine, Ginnastica Goriziana e Arte Gorizia e Pallacanestro Trieste. Dal vivaio sarebbero poi usciti anche Puntin e Turello, ambedue destinati alle serie maggiori.

Il giovane di maggiore spicco era nel frattempo diventato Gianni Zanutel e qui entra in scena il Matassi, intellettuale raffinato e rustico. Affibbia a Gianni l’etichetta Buce, come incarnazione del mitico Bucefalo (letteralmente testa di bue), il leggendario cavallo, considerato inizialmente indomabile e poi domato da Alessandro Magno del quale divenne il cavallo simbolo di tutte le campagne vittoriose. Sarebbe stato
questo a farci incontrare negli anni successivi quando alle giovanili Snaidero nell’estate del 1974, individuammo proprio in Buce, un rinforzo prezioso per la squadra juniores che all’epoca stavamo allestendo in vista di raggiungere quantomeno le finali nazionali. La trattativa con Matassi in versione manager illuminato andò a buon fine; si dimostrò collaborativo e orgoglioso dell’inserimento del migliore prodotto del suo vivaio nella rosa di una squadra juniores con ambizioni di vertice nazionale. Buce si trasferì
a Udine nel collegio Bertoni ove risiedevano tutti i giocatori del vivaio non abitanti in città e, pur più giovane di un anno rispetto al limite di età, si inserì immediatamente nella squadra. Fu senza dubbio il suo anno cestisticamente più felice: giocò da protagonista tanto nel campionato di Promozione che in quello juniores. A esempio in una partita decisiva della fase zonale contro la fortissima Nayform fu il secondo
cannoniere della squadra (dopo Giampiero Savio) con ben 19 punti. Nelle finali nazionali fu fra i protagonisti di una brillante vittoria contro il Brina Rieti (cito testualmente dal mio 1976 lo scudetto dopo il terremoto: “vincemmo con oltre venti punti di scarto con Cagnazzo, Fidel e Zanutel in cattedra”). L’anno successivo non fu facile per Gianni. Inserito inizialmente, con gran parte della squadra junior nella rosa della prima squadra, si rivelò incompatibile con il sistema da sergente dei marines di De Sisti. Zanutel non era disposto a farsi strapazzare da nessuno, nemmeno dal coach della prima squadra (un giorno dopo essere stato umiliato pubblicamente da De Sisti mi disse “io lu copi”). In compenso si legò moltissimo a me: presenziava regolarmente ai mini allenamenti con solo cinque o sei presenti, partiva da Cervignano alle
7 del mattino e rientrava in treno alle 21 dopo l’allenamento. Spesso in caso di maltempo lo accompagnavo in stazione in macchina e mi fermavo con lui mentre mangiava un panino e mi raccontava delle sue difficoltà e, più raramente, dei suoi sogni. Poco a poco trovai un fedelissimo. Non fu protagonista nella squadra che raggiunse lo scudetto, ma fu comunque un gregario utilissimo ed ebbe la soddisfazione di iscriversi a referto con 2 punti (anche questi decisivi in una partita punto a punto) nella finalissima contro Rieti. Nel suo commento sui Giganti del Basket Massimo Mangano lo descrisse come “uno dei cambi validissimi, fisico alla Zonta, elemento assai utile”. Terminata la fase junior, Buce giocò un anno a Caserta in serie B e l’anno successivo sempre in B nella squadra dell’aeronautica militare a Vigna di Valle. Terminata la parentesi semi professionistica tornò a giocare e a lavorare nella sua Cervignano. Fu poi vittima di un cancro. E l’intellettuale rustico Matassi gli dedicò allora un commosso ricordo: ”schivo, irsuto, travolgente. Il suo talento si esprimeva nell’energia, nel furore agonistico, nella straripante dinamica dello stacco
imperioso, nel solare impeto del competitore di razza”.

Per quanto riguarda il Matassi ultras capopopolo, posso riferire un’esperienza personale. Nella primavera del 1968 giocai la mia ultima partita prima di prendere il patentino di allenatore effettivo in un campionato di Prima divisione provinciale con il San Daniele. Eravamo in trasferta proprio a Cervignano, campo all’aperto folla delle grandi occasioni incombente sulle linee laterali e di fondo; mentre noi eravamo
tranquilli a metà classifica, i padroni di casa dovevano vincere per ottenere con il primato in classifica l’accesso alla Promozione regionale. Sulla carta era una partita scontata, ma Cervignano patì forse l’importanza della posta in palio, San Daniele giocava spensieratamente e la partita fu molto equilibrata. Io poi, consapevole che ero al passo d’addio, ci presi gusto e incominciai negli ultimi minuti a mettere canestri
da tutte le parti. Matassi incredulo si scatenò trasformandosi in capo tifoso intimidatorio con minacce verbali e anche fisiche in un crescendo rossiniano; io rispondevo sul campo, per nulla intimidito, accrescendo la sua vis polemica. Finimmo ai supplementari e Cervignano alla fine prevalse anche perché qualcuno dei nostri, e segnatamente un pivot di 1.95, si mise a tremare come un agnellino, finendo a fare il sesto uomo del Cervignano. Matassi aveva raggiunto il suo scopo.

Ma torniamo a Zanutel la cui memoria era motivo di qualche affettuoso scambio di messaggi con il Matassi, rigoroso intellettuale, rimasto affezionatissimo al suo Buce. Mi permetto di postare gli ultimi due in occasione della rievocazione dei 50 anni dello scudetto. Il 6 maggio Matassi mi scrive: “ Che bello rivedere i due Pressacco (Flavio e Paolo) vicini, in uno scenario veramente unico, con quella tua squadra fenomenale
(rigata da qualche lacrima per chi non poteva essere presente). Vera commozione (da infaticabile antagonista)”. E alla mia risposta del 7 maggio “con il rammarico per non aver inserito Buce fra i 10 della serie A dell’APU-Tropic nel 1980-’81, sarebbe stato utile a me (inteso come Apu) e a lui”, rispose immediatamente: “Bel riconoscimento a Gianni (ancorché postumo), ma che evidenzia la tua statura tecnica e umana”.
Purtroppo era l’ultimo messaggio, mandi Mario finalmente potrai incontrare e cavalcare il tuo Buce.

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