Il pensiero di Giuseppe Marmina.
Roma avrà due squadre in serie A l’anno prossimo e nessuna delle due ha conquistato il posto sul parquet.
La Maxima di Paul Matiasic giocherà al palaEur con il titolo della Pallacanestro Brescia, ratificato dal Consiglio federale il 26 giugno. La Basketball Club Roma Spqr di Donnie Nelson e Luka Doncic giocherà al palaTiziano con il titolo della Vanoli Cremona, approvato a fine maggio. Due piazze cancellate, una capitale servita, zero partite vinte per meritarselo.
Brescia sparisce dopo avere giocato la finale scudetto. Cremona sparisce da società stabile di A da oltre 15 anni. E mezza Italia cestistica si è indignata: scippo, basket venduto agli americani, tradizione tradita. L’indignazione la capisco, il problema è la memoria.
Partiamo da Brescia: la Pallacanestro Brescia nasce il 9 luglio 2009 comprando il titolo di A dilettanti dalla JuVi Cremona. È una società che è entrata nei campionati nazionali con un assegno, esattamente come fa oggi Matiasic. Poi ha scalato le categorie sul campo, dalla terza serie alla A in 7 anni e questo gliene va dato atto. Il vecchio Basket Brescia, quello di Laimbeer e Iavaroni, era fallito nel 1996 e con la matricola del 2009 non ha alcun legame societario.
La Vanoli Cremona è il vecchio Gruppo Triboldi, nato a Soresina, 9 mila anime in provincia.
Quando Soresina sale in A, nel 2009, succede tutto in una volta: la sede si sposta da Soresina a Cremona, alcuni dirigenti della JuVi entrano in società e il titolo di A dilettanti della JuVi vola proprio a Brescia. Stessa estate, stesso giro di carte tra titoli e sedi.
Quindi la Cremona del basket che piange oggi è a sua volta un trapianto da Soresina. E la Brescia che piange è figlia del titolo che la JuVi cedette in quello stesso valzer. Le due vittime di adesso sono nate dalla stessa identica operazione che adesso le indigna.
E c’è la ciliegina sulla torta: Matiasic, l’uomo che porta Brescia a Roma, fino a ieri era il presidente della Pallacanestro Trieste. La Pallacanestro Trieste 2004 è una società ripartita dalla serie B2 con il titolo del Muggia, rilevato dopo il fallimento del vecchio club giuliano del 1975. Un titolo comprato da un paese di 13 mila abitanti dall’altra parte del golfo. Anche l’accusato, insomma, costruisce sopra un titolo di seconda mano.
E potrei andare avanti: la Reyer Venezia fallisce nel 1996 e riparte dalla C2 fondendosi con il Chirignago-Gazzera. La Fortitudo si è giocata per strada perfino il suo codice di affiliazione, il mitico 103, e oggi usa una versione rinata nel 2013. Pistoia è risalita con il titolo di Castenaso. Il basket italiano degli ultimi 20 anni è un cimitero di fallimenti e una fiera di titoli che passano di mano.
C’è però una differenza vera e va detta: quasi tutti i passaggi di titolo del passato erano salvataggi dal basso. Una città perdeva la squadra per fallimento, comprava un titolo di B2 o di A dilettanti e ripartiva risalendo le categorie sul campo, stagione dopo stagione. Brescia ci ha messo 7 anni per tornare in A.
Quello che fanno Nelson e Matiasic va nella direzione opposta. Prendono un titolo già in A, da una città viva e competitiva, e lo teletrasportano nel mercato più grande per maggiore visibilità e maggiori introiti.
Una cosa è comprare un titolo sportivo per risalire dalla A dilettanti, un’altra è strappare il posto in A a una città che se l’era guadagnato sul campo, ma la tradizione, però, mettetela da parte: è fatta esattamente di titoli comprati e venduti e Brescia e Cremona ne sono due figlie perfette.
Giuseppe Marmina
LA SITUAZIONE DI ROMA? NON È UN’ANOMALIA…

Non si tratta di un’anomalia.
Sono andato a controllare uno per uno tutti i club della prossima serie A. Chi ha comprato un titolo, chi l’ha venduto, chi è nato da una fusione, chi se l’è guadagnato sul campo o non l’ha mai mollato.
Il risultato spegne sul nascere l’idea che Roma sia un’anomalia. Su 16 squadre della LBA 2026-2027, 10 portano nel Dna un titolo comprato, ceduto o assorbito. Il mercato dei titoli è quindi il pavimento su cui sta in piedi l’intero campionato.
Napoli è il caso più ingarbugliato e merita di essere raccontato.
La città ha tradizione dagli anni Trenta, ma la linea si spezza in continuazione. Il Basket Napoli che giocò nell’EuroLegue nel 2006-2007 e vinse la Coppa Italia 2006 arrivava da Pozzuoli: fino al 1999 era l’A.P.L. Puteoli, poi il presidente spostò la sede da Pozzuoli a Napoli dando vita alla Società Sportiva Basket Napoli. Quel club venne escluso dai campionati professionistici nel 2008 per problemi finanziari. Seguirono due progetti falliti, il Napoli Basketball nato nel 2011 e fallito l’anno dopo, e l’Azzurro Napoli Basket, escluso nel 2016.
Il club di oggi è una creatura del 2016, senza alcun legame giuridico con tutto questo e ha scalato le categorie con due titoli comprati, uno dopo l’altro.
Il primo nel 2016: grazie a Ciro Ruggiero e al trasferimento del titolo dalla Cilento Basket Agropoli, fu possibile partire direttamente dalla B, ottenendo subito la promozione in A2. Dopo una retrocessione in B, la nuova proprietà (Grassi, Amoroso, Tavassi) ne comprò un secondo nel 2019: a giugno la società annunciò di avere acquistato il titolo dal Legnano Basket Knights, ottenendo il diritto a partecipare all’A2 2019-2020. Da lì, sul campo, la promozione in A nel 2021, 13 anni dopo l’ultima volta. Quindi quando l’attuale Napoli recupera la denominazione storica, recupera il nome. La continuità giuridica è un’altra storia: il club moderno è nato comprando il titolo di Agropoli, è risalito comprando quello di Legnano e con il Basket Napoli dell’EuroLeague non condivide nulla sul piano societario. Due piazze minori, Agropoli e Legnano, hanno fatto da scala per riportare il grande nome in alto.
Giuseppe Marmina