L’onirico addio al viaggio
realmente vissuto a Cividale
da capitan Eugenio Rota

Pubblicato da

Eugenio Rota si trova presso PalaGesteco.

Se dirsi addio è una forma di rispetto assoluto….
Sono arrivato a Cividale che avevo 21 anni.
Per la mia brutta tendenza a minimizzare qualsiasi cosa faccia mi sembra che non sia successo niente, che io sia lo stesso di 6 anni fa. Ma non è così. Quella volta sono entrato in un palazzetto abbandonato da vent’anni, tra facce dubbiose e scure. C’erano però due fari a illuminarci. Avevano qualche ruga, uno stomaco impressionante ma l’entusiasmo di bambini a cui hanno appena dato in mano la bacchetta magica. E forse non ce lo hanno mai detto ma era proprio così. Ho seguito il bagliore per i cunicoli del PalaGesteco, pancia a terra, ero in trincea, accanto a compagni prima sconosciuti poi fratelli, spalla contro spalla ci aiutavamo e seguivamo la luce. Le due stelle. E così è iniziato un viaggio folle. Leoni, pirati, querce, uomini radice, muri invalicabili, gorilla gibboni e scimpanzè, guerrieri millenari. Più tempo passava più persone incontravo, e tante mi lasciavano un pensiero, uno sguardo, un fondamentale incoraggiamento per il lungo tragitto. Io cercavo di farne tesoro e sempre più ricco e pesante proseguivo. I paesaggi all’inizio aridi si animavano, luoghi ameni, popolati da tribù sempre più numerose e colorate. Erano a migliaia. Ma ormai anche noi eravamo tantissimi. E tutti proseguivamo per il tragitto, compatti, ormai visceralmente legati, rinsaldati dai kilometri percorsi. I nostri astri sapevano perfettamente come tenerci uniti. La loro luce, seppur a volte fioca e impercettibile, tornava sempre a splendere. La notte, stremato dal dolore dello speciale legno che calpestavamo ogni giorno, nella tenda, una magica ninfa dalla criniera biondo cinerea mi medicava. Così riuscivo a continuare. Ad un certo punto mi sono guardato indietro. Ero il primo, stavo guidando la nostra tribù. Usavo urli primordiali per condividere il mio cuore con il loro. Loro rispondevano donandomi i più inaspettati angoli del loro. Poi sono arrivato in cima ad una montagna. Ero colmo. Ero logoro. Nel leccarmi le ferite ho percepito qualcosa di strano al tatto. Avevo le piume. Ho guardato le stelle, le solite due. Ricco di gratitudine ho fatto un ultimo grido. E allora mi sono lanciato.
Grazie a tutte le strambe e fantastiche creature che hanno condiviso con me il viaggio.
Eugi ❤️

2 comments

  1. Sia mai sprecare un minuto per scrivere un’introduzione o un pensiero proprio sul saluto di Rota, vero Morelli?

    Troppo caldo? Troppa fatica?

    Beh col copia e incolla è tutto più facile…

    0
    0
    1. Noi ci siamo limitati a titolare il molto personale, e intrigante, addio di Eugenio Rota proprio per non banalizzarlo con introduzioni o commenti. Caldo e fatica li abbiamo accusati per rispondere al suo salace commento. Del resto, Eugenio sa dal suo primo anno in B a Cividale, quando è stato l’ospite che abbiamo invitato più spesso a “Basket e non solo” su Radio Spazio, quanta considerazione avevamo e quanto puntavamo su di lui. E l’ultima volta che ci siam visti a tu per tu, alla sagra di San Marco in Chiavris nell’aprile scorso, è bastato dirgli un “mi raccomando” per capirci al volo in pieno clima dei suoi ultimi play-ff alla Ueb.

      0
      0

Lascia un commento all'articolo

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.